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Date: martedì, 30 gennaio 2007 Welcomne back Franziskaner! Sei pallida stasera, assorta, rivoli di latte colante, ti stalli dalla superficie consunta del legno. Mi guardi. Ti guardo. O Franziskaner, dalla scorza labile, che si sciglie in messe fluenti, fa che questa serata assorta, dove ciò che si nota è solo UN'ASSENZA, coli ridendo fra i miei denti. O Franziskaner, Franziskaner adorata, esci dal fiotto dei ricordi. Non essere quel tram che porta a una stazione fantasma, dove il vento sghignazza se si ferma a guardarmi in faccia, le foglie gridano all'idiozia e io, io aspetto un treno che non arriva. Mai. Nel mio cappotto, con la mia inettitudine. Ok, elogio alla Franziskaner a parte (il quel era troppo kitch per non essere scritto), c'è qualcosa che non quadra stasera. Nonostante tutto. Nonostante io mi trovi bene. Nonostante mi faccia piacere. NOn so, ho un sapore amarognolo in bocca, che proprio prorpio non va giù. Avete presente quando vi guardate vivere? Per un solo infinitesimo istante, dilatato, come una bottiglia di plastica immersa nell'acqua. Vi vedete più lunghi, vedete ciò che vi avvolge come le fasce dell'infanzia, copertine, orsacchiotto, a patient better driver, babies smiling on the back sit, vedete il contorno, e tutto sembra al suo posto, solo che voi non lo siete. Eh no! Voi a quel punto seiete delle macchine da presa, dei cannocchiali mobili che trasmettono un servizio 24 ore su 24, la miracolosa "Mia vita" in onda solo per un pubblico selezionato e rispettoso (a volte, non sempre), ovvero ME and MYSELF. E quando lo spettacolo è ben congegnato, quando tutto quadra,m tutto è nella giusta proporzione, il sospetto dell'anomalia, la ricerca dell' "altro", dell'imperfetto, malato, MARCIO, bhe questo solletico urge. L'assenza si nota nel pieno. O nel vuoto sconsiderato. Dipende. Questa Franziskaner ha un sapore tutto suo. |
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Date: venerdì, 26 gennaio 2007
C'era una volta una ragazza. Viveva in una città dove pioveva sempre, così che lei potesse camminare lenta per le strade nel grigiore, con l'ombrello e il cappotto all'inglese, col doppiopetto. Così che lei si potesse sentire il suo setsso personaggio. Non fraintendete: quando cio che nella città pioveva sempre, non lo dico per ostentare malinconia, tuttaltro! Alla ragazza, che c'era una volta, la pioggia piaceva. Moltissimo. C'era una volta una ragazza che riusciva a trovarsi somiglianze con un deposito di macchine, pieno di macchine maciullate, distrutte, motorini divelti dal loro asse, congegni esposti, oppure, macchine perfettamente a posto, soltanto trafugate quando non se lo sarebbero aspettato, con ancora dentro tutti i piccoli oggetti lasciati là a amarcire e a prendere l'umido, macchine che non sarebbero più state riportate sulla via di casa, macchine che soltanto attendevano chi pagasse per loro. Macchine, motorini e biciclette. Un'infinità. E tra l'asfalto erbaccie che crescono e lo squarciano. LAmpioni dondolanti ed inutili. Schegge di vetro, pezzi di lamiera. Un cielo ridicolo nuvoloso. Una cappa di farina grezza sul quartiere più dimenticato della città. Un paesaggio decisamente poco ameno alle 12 di domenica mattina. Dopo i bagordi. Eppure, questa ragazza, che vi ricordo, c'era una volta, lo trovava così poetico. Così disperato. Certo, trovava anche se stessa decisamente patetica, rimpinzata di melodramma fino al midollo. Un po'"una qualcunque". Ma, questa ragazza,che c'era una volta, sapeva che la disistima di se stessi è un prezzo necessario da pagare spesso per un solo piccolo momento di magnifica e gratuita pateticità. Poesia fittizia. Trita. Malinconia da pierrot. Però, che bello. C'era una volta una ragazza, la quale, se Mefistofele avessebussato alla sua porta per comprare la sua anima avrebbe contrattato il prezzo includendovi una batteria di pentole in acciaio inox, ottime per le cotture a vapore, e magari anche una bicicletta con le marce. L'avrebbe fatto accomodare sul divano a gli avrebbe offerto the e biscotti. Poi magari, dipende dalla giornata, gli avrebbe assestato una coltellata alla carotide. Solo per vedere se il diavolo veramente è immortale. Solo per conoscere. Per sapere. In cambio della conoscenza eterna, dell'eterno gaudio, della vita estetica ai massimi livelli, questa ragazza, che c'era una volta, avrebbe barattato conoscenza eterna, eterno gaudio e vita estetica ai massimi livelli. Ammazzando chi glieli offriva. MA questi sono particolari. L'eterna conoscenza non si cura della vita di un individuo con gli zoccoli di capra, le corna e il forcone. Va oltre. C'era una volta una ragazza che ingoiava acetone e puntine da disegno sputandoli a terra, che si faceva rasare i capelli a zero in un tappeto immacolato, che annaffiava le sue piante di plastica con un finto annaffiatoio di plastica, che si faceva accarezzare il volto da un pazzo in grembiule ospedaliero nel reparto di neuropsichiatria, che netrava di soppiatto in casa di una persona che nemmeno conosceva e le sitruggeva la camera, c'era una volta una ragzza che si faceva spogliare sulla battigia solo per senitre un odore, labiel, che sarebbe scomparso troppi pochi secondi dopo. C'era una volta una ragazza convinta che l'amore fosse solo un'altra parola per dire "Morte. Tanto di qualcosa prima o poi morirò lo stesso". Dev'esserci qualcosa di perversamente timido e puaroso in me, ne sono convinta. Dev'esserci qualcosa che ancora deve lievitare, diventare gonfio al punto giusto. PErchè così non mi pare abbastanza. Questa ragazza ha il teribile sospetto che il giorno che arriverà qualcuno per cui lei non è "una qualunque", non riuscirà più a toglierselo dalla testa. Cambierà tutto il suo modo d'essere. Gli farà piazzate notturne sotto casa, gli si attaccherà al colletto della gicca mentre lui sta per andare via, picchetterà la sua macchina, gli donerà un rene, si prostrerà come uno stuoino. Poi probabilmente scapperà con uno spogliarellista. No, scusate, questa era mistificazione. Questa ragazza è un po' egocentrica. E' vero. In ultima analisi, alla fine dei salmi, c'era una volta una ragzza che sapeva scrivere e che adesso alle 23:57 di sera, con il ciclo di Krebs da rivedere e la testa ingolfata su canzoni e formule chimiche in un frappè micidiale di indefinitezza, ha ranolato frasi sconnesse e stupide. LETTERALMENTE RANTOLATO. "Come al solito seduta per terra, la schiena contro il letto, stringe un grosso cuore rosso ripieno di pallini, un enorme antistress che la aiuta a parlare, l’espressione che ha in quel momento è stata definita ironica dalle persone gentili, e “me ne sbatto di tutto” dalle altre. Ironicamente racconta il colloquio della sera precedente, ironicamente sputa fuori le frasi che le hanno fatto più male, ironicamente insieme alla sua amica fa a pezzi ogni singolo brano, ogni parola di quella sera detestata, finché non sente di essersi sfogata abbastanza, almeno per un paio di giorni." (Grazie all'autrice dell'ultimo tratto. Mi è tornato in mente prima, Syl, e non ho potuto fare a meno di metterlo. Spero non ti spiaccia. Del resto mi hai colto in pieno. ) |
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You look so tired unhappy bring down the governament, they don't speak for us Date: giovedì, 18 gennaio 2007
http://www.youtube.com/watch?v=ho8peKM48LE
Oggi da radio "My own coma" va in onda un'ode sibilata, discontinua mai così dolce, mai. Davvero. Se vi capitasse di trovare all'imposvviso qualcosa che non avete mai cercato mentre fumate un sigaretta assorti sì lì proprio in quel punto morbido in cui batte la vostra carotide nell'incavo del collo che ricongiunge la volta della mandibola alla pelle tremula un piccolo grumo di terrore e dolcezza rappreso, compatto come una zolla di terra fradicia TANTO LE COSE PREZIOSE ASSOMIGLIANO DA VICINO ALLE PIù GRETTE, proprio lì accanto alla vostra vulnerabilità, così che adesso sono 2 le cose che ricordano che dovrete morire come moniti pazienti
NIENTE DI TROPPO DIRETTO
NO ALLARMS AND NO SURPRISES PLEASE
ecco insomma se vi capitasse di percepirne la presenza
se voi vi sentiste scrosciare per terra
gurdarvi sedere assorti
sentirvi respirare
tanto da perdere nozione del meccanismo stesso
tanto da dover pensare a RESPIRARE
perchè non vi ricordate più come si fa
allora
bhè, si, allora
sappiate che io non ho la più pallida idea di cosa voglia dire
ma che siamo in due.
E godetevela tutta.
SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIILENT |
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....per questa rabbia che in punta al mio palato sfiora... Date: lunedì, 15 gennaio 2007 Una lunga stanza da ristorante chic, nel centro di una Firenze che ho abusato per troppi anni da non sentirla nella vene. TAnte luci, paramenti e oggetti luccicanti. Il regno delle Gazze ladre. E io che provo a farmi Gazza Ladra. PAtetica, ridicola. Si non c'è che dire. Interminabili distese di sabbia sporca, palle di sterpi che rotolano, da dove si esce? Non è stanchezza. Almeno non solo. Non è semplice malinconia. Almeno non solo. E' un colloide troppo ben impastato di rabbia e desolzaione questo per poter esattamente dare un perchè e un nome in questo tutto che esiste solo se gli si da un un nome e un perchè. Quella rabbia che sottile punge dove nessunbo può vederla. Quella desolazione sorda e muta. Olio sull'acqua. Olio sull'acqua. Olio sull'acqua. Eppure ne sento la pochezza. Si smaschera facilmente, basta un'occhiata. E io subito divento un'essere che non vorreste mai aver conosciuto. In quei momenti il sielnzio forse mi si addice di più delle stronzate che dico. Eppure le dico. Quello che non dico è che mi sono sentita una mela in un cesto di mele. Un pezzo di corallo nella barriera corallina. Una macchina nera in un parcheggio di macchine nere. Non so se capite. "Un altro giorno, un'altra ora ed un momento, persa nei miei sogni con lo stesso smarrimento" |
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Date: sabato, 13 gennaio 2007
Giusto ieri mi capita tra le mani "L'ESPRESSO". Non ho voglia di studiare, ERGO lo prendo e mi appresto a sfogliarlo. In copertina c'è il seguente titolo: "POLICLINICO INFERNO/2:QUI RUBAVANO GLI OCCHI AI MORTI". A parte il fatto che alcuni titolisti andrebbero scudisciati con un gatto a nove code, mentre una scimmia urlatrice gli infila noci nell'ano una per una, data la mia sottocultura latente da "bambina-cresciuta in italia-e in Italia c'è il Papa-quindi ci imbevono di finta caritas appena usciti dall'utero" la mia reazione per imprinting è: "Guarda sti stronzi, pure gli occhi ai morti rubano!" Tuttavia dopo tre esatti secondi rinsavisco, la sottocultura cattolica svanisce e ritorno la merdaccia laica che sono sempre e ERGO vado a leggere l'articolo. L'articolo inizia con quella che vorrebbe essere una breve, ma sagace trattazione del titolo di copertina (che dato che era così bello, PERCHè NON RIPETERLO ALL'INTERNO COME TITOLO D'ARTICOLO, eh???), e chiaramente riesce come un "patetico-fino alle lacrime " susseguirsi di 10 periodi brevi e desiderosi di incisività, di cui il primo è "Il lenzuolo copre il volto dell'ultimo paziente andato all'altro mondo" e l'ultimo "Al massimo c'è sempre la scusa per i parenti dell'autopsia necessaria". E già qui sto cominciando a incazzarmi. Non ho ancora ben chiaro per cosa. Ma sento odore di incazzatura. Segue intervista a Ubaldo Montaguti, direttore generale dell'ospedale. Il quale, pover'uomo, fa giustamente notare che sono anni che dalle pareti del suo ospedale gocciolano liquami, detti anche merda. UN VERO TOCCASANA PER L'ANTISEPSI! Inoltre l'ospedale più o meno cade a pezzi. (Inoltre si sono beccati una super dununcia perchè una paziente sotto chemio, indi per cui con i globuli bianchi sfiancati, è morta per un raffreddore, in questo SALUBRE ambiente) I soldi che partono dal ministero dei lavori pubblici non arrivano. Oppure, dice il direttore, si, ma vanno nelle boiserie di legno pregiato degli studi dei primari. E qui comincio a capire perchè mi sto incazzando. Allora: C'è un ospedale enorme, che cade a pezzi, dove servirebbero delle ristrutturazioni DA ANNI, e non viene fatto un cazzo. MA e dico MA in copertina si sbandiera il VERO PROBLEMA a loro parere,c he dovrebbe essere quello dei portantini o chi per loro, non si sa chi sia stato, che asportano gli occhi alle salme, per dei trapianti di cornea illegali. Ok. Puta caso i suddetti asportatori d'occhi vendano le cornee e ci ricavino soldi. QUESTO é SBAGLIATO E CONTRO LA "LEGGE". ok. sIAMO TUTTI DACCORDO. PERò a nessuno di voi è mai saltato in mente che: 1) il problema PRIMARIO direi è la ristrutturazione di questo ospedale. 2)I CADAVERI HANNO LA SCORTA ARMATA!!!! ma siete grulli? 3)Vi siete mai chiesti cosa spinga delle persone a rubare gli occhi a una salma? No, chiaramente no, voi, carissimi giornalisti, avete soltanto pensato che è un'affare bassissimo e indecente. CI avete sputato sopra 10 righe mal scritte e di una inespressività che rasenta la catalessi e siete contenti così. Ora forse farò la parte della cinica stronza, ma: dio cristo, c'è gente al mondo che ha necessità assoluta di trapianti, ASSOLUTA, la ricerca scientifica non progredisce non solo perchè c'è qualcuno che si ciuccia tutti i soldi e perchè quelli con una laurea per farlo stanno scappando tutti negli stati uniti, ma anche perchè, molto semplicemente, e qui molti di voi non capiranno NON CI SONO CADAVERI PER LE DISSEZIONI, immaginiamoci il resto! All'università degli studi di firenze è dall'84 circa che non si pratica una dissezione. Davvero. Mi chiedo: PERCHè TANTO RIGUARDO PER UN CADAVERE E COSì POCO RIGUARDO PER UNO CHE DIVENTERà CADAVERE SENZA UN CUORE/POLMONE/RENE??? Non venderei mai organi nel mercato nero. MA scherziamo? Questo non vuol dire che se avessi un paziente che potrebbe recuperare parte della vista con un trapianto di retina e non fosse possibile umanamente trovarla sta cazzo di retina. . . .bhe ve lo devo dire onestamente, forse mi metterei a scucchiaiare orbite di cadaveri. Non è cinismo. E' questione di misura. C'è una sproporzione abissale. Il problema è questo: In Italia quasi nessuno dona gli organi (figuriamoci l'intera salma per la ricerca e lo studio, vabbè .. .). PErchè?= Per molti motivi. MOtivo numero uno: Non c'è sensibilizzazione. Nel senso non vengono fatte campagne di sensibilizzazione. Ovvero sono state fatte, ma troppo tempo fa e troppo poco incisive. Troppo brevi e di nicchia. Nel senso: la gente non è umanamente, culturalmente, socialmente preparata per permettere la donazione di organi. Parlo dei più. Non se ne parla abbastanza. Come non si parla abbastanza di troppe altre cose. Perchè? E qui si va al motivo numero 2: Che ci piaccia o no in Italia che un grosso scalino culturale difficilissimo da risalire: SAN PIETRO. Non scherzo. Come casa del cattolicesimo in Italia, NON SI PARLA DI MORTE. E dato che il punto focale è questo lo ripeto. IN ITALIA NON SI PUò PARLARE DI MORTE Indi per cui nemmeno di tutto ciò che la richiama. Vedi:sesso. Ma questo è un altro discorso. Ecco perchè da TROPPI punti di vista c'è un'arretratezza paleolitica, le leggi che possono anche solo minimamente turbare un quilibrio religioso, o anche solo la coscienza religiosa delle masse, sono approvate dopo decine d'anni rispetto agli altri paesi e intanto la gente: a)muore b)va all'estero anche per farsi mettere una protesi dentaria In definitiva, sennò poi divago troppo, a mio parere (attenti sto per dire una banalità, ma vera) il problema non è risolto mettendo un portantino con la pistola a tirare la barella fino alla cella frigo, ma piuttosto c'è un problema di fondo e il problema di fondo è : PARLIAMO DI MORTE, BASTA CON L'ESORCIZZAZIONE. Perchè se non si parla di morte, molto spesso, non si parla nemmeno della cura. Mi rendo conto che è un tema spinoso e forse l'ho trattato con troppa superficialità. Però secondo me c'è una cecità che va oltre al problema di cultura sociale, e va ad intaccare interessi politici troppo consistenti perchè qualcuno che ne ha le facoltà e che ha potere per meyttere in risalto determinati problemi ne parli. Non so se sono stata chiara. Mi sa di no. Comunque per quelli di voi che si sentiranno in qualche modo offesi da questo post: ringraziate dio che non siamo nel periodo del referendum sulla procreazione assistita! Dite la vostra che ho detto la mia.
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Date: giovedì, 11 gennaio 2007 Se ho cementato i miei dissensi cosa rimane da rinchiudere nel marmo? Ben poco, contando che di contatto ce n'è poco e troppo sporco, troppo opaco, sotto tutta questa massa di gingillio sociale, baci abbracci, "buon natale", "buon compleanno". Sfugge la sostanza a volte. Per esser più precisi sfugge sempre ultimamente. Non mi sto lamentando. Sto solo facendo un punto della situazione. Che è ben diverso. Ci sono dei proverbiali indiani di cartapesta totemici, a braccia conserte, che mi guardano dall'alto, con sguardo fermo e deciso, e mi spingono all'equilibrio, a quella corsa furiosa, da cosacco nella neve, verso la giusta dose, la corretta misura, la panacea che cura, tonifica, rende orologi svizzeri. Cartelli direzionali, con lampeggianti fucsia, ondate di Momeraths (palmipedoni) si dispongono a losanghe in mezzo alle strade, vorrebbero essere monito verso la simmetria delle appendici e io invece,che già sono un' appendice di me stessa, faccio sforzi immani per posizionare i miei vuoti e i miei picchi in modo che creino meno ingombro sterico possibile alla società. C'è un tutto che mi suggerisce un contributo per l'ottimizzazione dell'entropia. Non riduttivo, ma contenitivo. E' già che all'equilibrio, molti se lo dimenticano, tutto è fermo, niente si muove, a ben vedere, sono tutte indicazioni verso l'immobilità. Per dare un perchè al paradosso della freccia di Parmenide. Achille e la tartaruga. Solitamente quando segui un'indicazione è perchè di tuo non sai dove andare. Quando io non so dove andare solitamente sono innamorata. Vedi anche: una cavia da laboratorio in un labirinto di plexiglass che sbatte contro le piccole pareti e gira senza trovare l'uscita, con 4 o 5 scienziati pazzi e sadici che mi indicano e scrivono sul block-notes. Quando la cavia trova l'uscita gli scenziati ne ricavano un'importante legge etologica, evoluzionistica, para-psicologica. Si, quando sono innamorata mi sembra di essere il cane di Pavlov. "Dovresti, potresti, secondo me , così poi noi monitoriamo le reazioni e vinciamo un nobel alla bontà" Si si, il cane di Pavlov. E dato che ora che scrivo non solo sono io il caso d'osservazione (Cane di Pavlov) ma sono pure l'osservatore (Pavlov), allora per il discorso di cui sopra: Ecco perchè i rapporti con le persone che amo che ho amato ecc ecc ecc, sono tutti ridotti all'immobilità!!!! Non so dove andare. Mi spingono verso l'equilibrio,( giacchè quando uno ti chiede un consiglio e tu giustamente non sai cosa dire spari la prima risposta possibilista ben bilanciata ed equilibrata in modo da contenere i danni del tuo consiglio), io idiota mi affanno come un vetturino nella taiga per raggiungerlo, lo raggiungo e poi . .. . e poi non c'è più dialogo, non c'è più rapporto...perchè?? Perchè c'è il totale, devastante, annichilente, equilibrio. Non ho nulla da dirti. Non hai nulla da dirmi. Eppure così non mi soddisfa. Mi appiccica a terra e a me la terra non piace un granchè, preferisco allontanrami un po' e prendere solo quello che mi va. (PARA CULO) E ALLORA, SE CAOS SONO, ASSAGGIAMO IL CAOS. CANE DI PAVLOV 2 (mettete che prima ero un barboncino e ora un doberman): nuovo esperimento, stesso giudice. E vediamo quanto conta il nostro beneamato equilibrio.
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Date: mercoledì, 10 gennaio 2007
Con l’odore di foglie marce i miei stivali neri affondano nel terriccio fradicio. La marsina, dal tono distinto, è allacciata fino in cima, fino al collo, dove spuntano i rigonfiamenti fieri e tronfi di sé della camicia bianca di seta, arricciata come una rosa bianca. Il grigiore sovrasta lo spiazzo denso dell’umore del Novembre appena trascorso, la campagna desolata ed umida si distende mesta sotto al mio sguardo pallido ed infermo, divorato dall’impazienza e dall’inquietudine. Non si mira alla testa. Sarebbe scorretto e scandaloso. Un uomo deve pur conservare la propria dignità e l’onore della propria posizione anche in duello, pronto ad accogliere senza vigliaccherie o timori poco raccomandabili il colpo del proprio destino, della propria fierezza. Uno sparo può essere molto distinto, può essere l’estremo ed irrevocabile punto d’arrivo e di partenza per la considerazione sociale di un uomo del buon mondo. Può essere la sua eterna rovina, d’altro canto, la propria maledizione addirittura presso i posteri. Neanche presso la propria bara ci sarà compassione per un uomo morto da vile, senza coraggio né amor proprio. Guardo con compunzione Porfirij che pigia la polvere con la stoppa dentro la canna della pistola. La polvere deve essere finissima, come la sabbia bianca più sottile, non grossolana come la polvere per cannoni. Solo così si ottiene la massima rapidità tra il secondo in cui si preme il grilletto e quello in cui il proiettile balza fuori dalla canna fumante. Il minimo spazio di reazione si ottiene solo così, con un padrino accorto ed esperto, quale Porfirij, che accarezza col volto distorto per la concentrazione il proiettile, facendoselo scorrere tra le dita per testarne la liscia superficie. Niente deve essere grossolano e questo proprio perché niente succede mai per caso. Tutto ha una sequenza causale fin nelle sue parti più profonde. I muschi marciti che si arrampicano debolmente sugli alberi spogli, anche loro sono stati deposti qui per un motivo, per incorniciare la scena di questo delitto annunciato. Le fronde pallide e piangenti degli alberi sembrano sporgersi per vedere meglio, per osservare con più luce i volti granitici dei duellanti e dei padrini, che a dieci metri di distanza si osservano in silenzio appoggiati alle schiene bagnate dei cavalli. Luce, ombra, campi gonfi d’acqua a perdita d’occhio, non una casa, solo la natura immobile e silenziosa, fatta d’acquerelli, di paste fluide e modellanti, di chine affumicate ed incerte. Ecco qual è il quadro del mio intimo dissenso, del mio intimo odio violento. La mia distinzione, il mio freddo discernere sono un’opera d’arte d’inestimabile valore , una scultura perfetta nel marmo grezzo, colori che si arrampicano trovando nelle loro evoluzioni abbracci simbiotici con i loro complementari, per rendere l’impatto d’insieme ancora più impeccabile e lodevole. Il tempo è un fedele alleato per chi si impegna con costanza a smussare le proprie incudini e levigare con la cortesia le proprie vene d’asprezza. La terra desolata se ne accorge, mentre la pioggia zampilla nella torba umida diventando sempre più molle e sfaldata nelle proprie intime fibre Campi marci di patate all’orizzonte, fradici d’acqua, coperti da un pesante strato di disperazione per chi li guarda e sospira, per li osserva come un ladro notturno, con la coda dell’occhio, nel tentativo di placare la propria angosciosa coscienza del fatto che essi rappresentano il suo unico sostentamento. E’ uno sguardo sporco ed infangato quello che resta quando anche l’ultimo barlume di speranza se ne va, quando il campo, cullato in una coltre di apprensione, rantola piano piano. Ma questo è l’uomo. Con la sua impazienza ed ingordigia. Il campo si distende mansueto, ingloba, decompone per poi ricomporre, senza che si veda nulla, senza ostentazioni. Si prepara a rientrare nel giro di vita e morte ancora più vigoroso. Questo è il tempo. Non la storia. Non quest’uomo alto ed infreddolito che mi trema davanti, questa pavida e smorta figura traballante, con i suoi occhi annacquati, la sua carnagione gialla e le sue scarpe cerate. E’ questo l’essere per cui ho affinato la mia impazienza fino a convertirla in granitico autocontrollo, per cui ho imparato a calcolare ogni minima contrazione dei miei muscoli sia nel porgere che nell’afferrare. Un essere privo di autocoscienza e distinzione mi ha insegnato la compostezza, non pare buffo? Eppure è proprio così. Facendo sedimentare la stizza ed il disgusto si giunge al freddo odio. Sembra che le sue sottili labbra tremino in un singhiozzo pavido mentre tenta di ricomporre il proprio terrore senza ottenere alcun risultato di sorta dal proprio visibile e vano sforzo. Le grandi mani bianche e nodose tremano lungo i suoi fianchi, con le palme aperte verso il terreno. Il suo naso appuntito, i suoi baffetti radi e spelacchiati, tutto in quest’uomo ridicolo è insignificante e privo di nota. La paura tinge di grigio. Quest’ombra inconsistente è il terreno su cui cammino, che ho calpestato per così tanti anni da poterne ricordare a perfezione ogni pieno ed ogni vuoto. Non vi è un poro della sua figura che io non conosca, che non abbia esplorato con disgusto ed impazienza ben celata, dal morbido incavo del collo fino alla punta delle dita. E’ tutto questo mi provoca una calda sensazione di morbidezza, di sadico languore, come parrebbe impossibile provarne. Gioca con un bottone della sgualcita giacca blu, come una cornacchia gioca con l’oro, piega indietro i suoi stimoli per non gridare dalla paura, per non fuggire a gambe levate attraverso i campi coltivati densi d’acqua. Ha paura della propria viltà. Ed è unicamente per questo che si è presentato alla mia sfida. Forse semplicemente non potrebbe sopravvivere all’umiliazione di essere guardato come un pavido quale è, come un vile che sceglie il disgusto altrui al posto di una morte onorevole in duello. Ma la voglia di levare le gambe velocemente, senza guardarsi indietro per cogliere il mio ghigno di scherno, è forte e pulsante sotto la sua pelle, un richiamo atavico alla propria innegabile natura. E’ stato lui a scegliere la pistola come arma, benché non ne abbia mai maneggiata una e adesso la guarda come si guarda un eccezionale ritrovato della tecnica, tanto moderno ed astruso da far spalancare la bocca. Sembra che lo spaventi la stessa idea di poterla prendere nella mano. Ha scelto un padrino accorto tuttavia, un uomo che non ho mai visto prima, basso e tarchiato, con un grosso pancione rotondo ed imponente. Ha il naso largo e schiacciato, la bocca piccola a forma di cuore ed un’espressione gioviale e mansueta traspare da sotto i folti mustacchi fulvi. Maneggia l’arma con destrezza, la ribalta velocemente tra le mani, compiendo i propri gesti con efficienza e rapidità sorprendenti. Un gesticolare forbito, ma compunto, per niente carezzevole e contemplativo come quello di Porfirij. E’sicuramente un uomo di mestiere. Un mestiere che conosce alla perfezione, ma che non è più capace di emozionarlo. La perfezione formale e la professionalità hanno preso campo sulle sue passioni, probabilmente, rendendogli ogni gesto banale e ripetitivo, facendolo annoiare di se stesso. E adesso ha già finito di caricare, mentre Porfirij insiste ancora con la stoppa e la polvere. Se qualcuno si sta chiedendo il motivo di una sfida a duello, bhe, vi posso solo dire che a volte vi sono ragioni imperscrutabili dagli occhi altrui, ovvero in questo caso dai vostri. Vi ricordo solo che uno schiaffo è sempre uno schiaffo, lascia la profonda cicatrice della propria onta. E voi vi chiederete ancora: <<Come può un individuo traballante e pavido, corroso dalla propria epilessia, quale il vostro avversario, avere l’arditezza di offendere con uno schiaffo?>>. Bhe, in questo caso vi ricordo che il mio avversario, tale Nikitha Fedorovic, non è nel suo intimo solamente un individuo tremulo e corroso dalla fiamma della propria ricerca inesausta di forti passioni, ma possiede inoltre una certa inclinazione all’autocommiserazione e al melodramma di se stesso, caratteristiche che, unite a quelle precedentemente esposte, portano alla formazione di un uomo dalla smaccata permalosità e dalle sconfinate capacità di commettere sciocchezze inaudite. Inoltre Nikitha Fedorovic possiede una profonda e giustificata disistima di se stesso celata in modo ridicolo da un atteggiamento di sfrontatezza e costruito disinteresse mal gestito che lo rendono agli occhi altrui una strana ed inconoscibile macchina di atteggiamenti folli e perversioni lunatiche. Soltanto un occhio ben accorto può accorgersi, ma solo dopo lunghi tempi di osservazione, di tutta la pavida debolezza, la profonda insicurezza che si cela malamente sotto la sua apparente follia. Come ultimo appunto, quest’uomo è effettivamente divorato dalle proprie passioni devastanti, pur non sapendole gestire. E’ convinto di amarmi. E per questo mi ripaga con la più tetra brutalità ed indifferenza alternata a deliranti momenti di vile e folle adorazione che non ha la forza di riconoscere. Ditemi se questo non è uno schiaffo, ben assestato e diretto! Certo, uno schiaffo morale, ma per questo ancor più bruciante e vivo sulla mia guancia. La fredda e sottile vendetta tuttavia è l’arma dell’astuzia, virtù che egli evidentemente non possiede. Ha asserito pubblicamente, sotto gli occhi di sguardi sconcertati ed interrogativi, che il suo unico intento, quello più profondo e voluto da tutto se stesso nel corso del lungo tempo da cui ci conosciamo, è stato unicamente quello di farmi infuriare, di portarmi all’estremo grado d’irritazione e disprezzo nei suoi confronti. E tutto ciò perché, secondo lui, questo è l’unico stato in cui io posso dare il meglio di me stessa. Attenzione, questo non va interpretato come un atto di estrema rinuncia alla propria tranquilla rispettabilità, né come un incomparabile slancio di altruismo nei confronti della persona amata. Questo è un vero e proprio affronto, uno schiaffo cocente. Sapevo che non avrebbe potuto rifiutare la mia sfida a duello. Probabilmente avrebbe rifiutato di scontrasi con un uomo per pura paura, sarebbe scappato sul primo treno per Mosca senza lasciarsi alle spalle neanche un capello, né un granello di polvere. Invece rifiutare la sfida di una donna sarebbe stata una dichiarazione troppo palese, troppo imperdonabile di pavidità per poter continuare a vivere in uno qualsiasi dei circoli dell’alta società ai quali è tanto attaccato con le unghie e con i denti. In quanto a me, il disonore non mi preoccupa, signori. Non mi tocca minimamente la straordinarietà di questo caso e di questo omicidio annunciato (perché la mia abilità alla pistola è indiscutibile rispetto a quella di un vile e ricchissimo proprietario senza alcuna esperienza con questo attrezzo). Tanto meno mi preoccupa l’impossibilità di rientrare nel buon mondo, di dover abbandonare le mie trine e le mie sottovesti ricamate. Tutto ciò che mi preme è il mio fine e freddo odio. Guardare le sue spalle che tremano nella prima mattina russa è come osservare placidamente una fortezza che crolla, con fracasso e languore. Quella stessa schiena alla quale mi appoggerò fra pochi minuti per contare da lì i tre passi che ci separano dallo sparo. Tre passi è una distanza minima. E quella fortezza traballante vestita di blu li compirà chiudendo gli occhi e volgendo il volto al cielo gonfio, ma non per pregare, per puro gusto. Gusto di scenografia. La schiena di Nikitha Fedorovic è una sottile lastra di vetro ricurva in avanti. Un punto d’equilibrio instabile e silenzioso, dietro a cui si annidano sdegno, disgusto ed amore. Avete mai pensato di poter rinchiudere l’amore sotto una sottile lastra di vetro smerigliato, signori? Bhe, se l’avete pensato certamente siete lo stesso tipo d’uomini del nostro Nikitha. E’ certamente impossibile anche solo poterlo pensare, perché la costrizione dell’amore non provoca altro se non il suo montare ed assumere forme insane e devastanti che assumono autorità monarchiche nel vostro torace rendendovi impossibile la scelta. Diventerete degli esteti, signori, paradigmi del dubbio e nient’altro. Vi contorcerete negli spasmi la notte senza sapere perché, sarete in balia degli stessi sogni cocenti ed insensati il cui unico risultato sarà quello di produrre nel vostro petto ferite profonde e di regalarvi tormentosi attacchi epilettici. Sognerete di stringere forte a voi stessi una figura pallida e sottile, tremante nelle vostre braccia, forte, fino a stritolarla, spegnerla nel vostro amore, nel vostro odio. E per questo non prendete esempio dal protagonista della nostra storia, poiché vedete bene anche voi dove lo ha portato la tracotanza di poter anche solo pensare di costringere se stesso. Ma lui non lo sa. Respira affannosamente a contatto con la mia schiena, le sue mani tremano, la sua bocca non la vedo, ma sono sicura che si sta muovendo senza produrre suono, come un pesce che boccheggi. Sentire un uomo deglutire è un gesto d’intimità profonda, più di qualsiasi altro, una vera e propria compenetrazione. “La prego, Varja…”. Compio distintamente i tre passi che mi separano dallo sparo, senza prestare ascolto alle sue parole. Mi scorrono addosso come saliva troppo umida. Mi scorrono addosso come acqua bollente. Tuttavia scorrono, lì negli incavi che ho scavato col mio perseverare nel flusso del tempo, scorrono e ricadono a terra esangui lasciando solo una vaga sensazione di prurito dietro al mio orecchio. Conosco a perfezione Nikitha Fedorovic. Conosco il suo passo lento e molleggiato, veramente poco distinto, conosco la sua cieca vanità ed il suo sordo orgoglio nello sfoggio di stravaganti indumenti con cui vorrebbe impressionarci. Ricordo la docilità della sua infanzia, era sempre attaccato alle gonne della madre e la seguiva facendosi trascinare per il lucido pavimento di marmo della sua villa a Pavlosk, con i capelli impomatati ed il volto immobile e tronfio. Ricordo la prima volta che lo vidi in età adulta. Eravamo in casa di un’anziana signora della nobiltà di Pietroburgo, la vedova Smirnokaja, ricca ereditiera del defunto Smirnokov. Nikitha Fedorovic, il quale avrà avuto all’incirca diciotto anni, mi fu presentato come il mio compagno di giochi d’infanzia. Non mi piacque per nulla. Quel sorrisetto tagliente , quel naso affilato come una lama, tutto in lui mi provocava un’ immensa stizza ed un sentimento molto simile alla più folle e subitanea paura. Ma soprattutto non potevo soffrire quegli occhi azzurri, troppo annacquati, troppi umidi, che indagavano fissamente, ma che non sembravano capire nulla. Girava tra i tavolini da the, i fini vasi di porcellana e le cineserie di quella suntuosa villa come un naufrago, gettando occhiate furtive a destra e a manca senza mai soffermarsi su di un particolare, senza mai saziare la propria curiosità smaniosa con niente. Le occhiate taglienti di Nikitha Fedorovic arrivavano quando meno me lo sarei aspettata come lunghe ed insensate soste in un porto da cui non si vorrebbe salpare eppure non se ne riesce a capire il perché. Dirette e senza filtro, pugnalate precise e calibrate da sezionatore di rane. Eppure il pensiero che egli possa essere un uomo dal fine intelletto non mi ha mai sfiorata. Certo, alcuni sostengono che il compiere azioni apparentemente folli ed imprevedibili sia in realtà frutto di una lunga e ponderata riflessione con se stessi. Ma non credo proprio che questo possa essere riferito a Nikitha Fedorovic. Egli non è un sapiente filosofo, né possiede le qualità di un accorto giocatore di scacchi. Agisce d’impulso con la pretesa di ammantarsi di mistero. A suo onore va tuttavia aggiunto che la sua precisione di sguardo è senza dubbio una fine arte fisica, aggiungerei quasi estetica. Ma purtroppo totalmente fine a se stessa. Comprenderete anche voi, signori, certo, che il saper fissare insistentemente non equivale al saper guardare, né tantomeno al sapere osservare. Quindi, signori, nel caso che Nikitha Fedorovic dovesse sopravvivermi in questo duello e voi lo dovesse incontrare in società, non lambiccatevi le meningi cercando di comprendere cosa in realtà si possa nascondere dietro quegli sguardi penetranti e languidi, perché molto probabilmente il vostro affanno sarebbe vano e vi scoprireste unicamente il più desolante vuoto pneumatico. Non sarebbe questo un prezzo troppo alto per la vostra curiosità e la vostra brama di mistero? Ma, tuttavia, se a spingervi in questa ricerca sarà non della banale brama, quanto della vera e propria sete di mistero, bhe, allora io non posso in questo caso invitarvi a desistere, poiché la sete, si sa, non può essere arrestata con nessuno degli espedienti di cui siamo in possesso noi esseri umani. Vi posso assicurare che Nikitha Fedorovic è stata la mia croce per lunghi anni e che, sì, ha ragione nell’affermare di avermi sempre spinto fino al punto estremo della mia sopportazione, di avermi fatto completamente uscire di senno per l’ira. D’altro canto forse aveva addirittura ragione nel dire che è solo così che io raggiungo il massimo di me stessa. Forse non avrei mai toccato gli ultimi gradini dell’autocoscienza e del sentimento puro senza il solletico all’anima di Nikitha. Ma nonostante questo, signori, l’empatia si paga a caro prezzo e così l’impertinenza di entrare fin negli angoli più nascosti di un’altra persona. Il mio ardimento è lama, ve lo posso assicurare. La paura di Nikitha è morbido burro sotto di essa. Come potete vedere i ruoli si capovolgono, signori. Nikitha, dopo quel primo incontro mi lascio una forte e pesante impressione addosso, era difficile scrollarsela dalle spalle. Avevo come la sensazione che quell’individuo viscido e sottile come un rettile si sarebbe ripresentato ben presto al mio orizzonte e che non mi sarebbe certo rimasto simpatico neppure questa volta. Le sorprese che può ordire un uomo del genere, signori, sono talmente impreviste e folli da non lasciare dubbio sulla sua scarsa capacità di autocontrollo, né sulla sua grossolana intelligenza. Dietro tutti gli anfratti di questa città, in ogni buco buio e desolato, mi sembrava di essere nel preciso mirino del suo sguardo, nella traiettoria del suo amore malato ed invadente, così simile al disprezzo da non sapere neanche come chiamarlo con precisione. Nikitha Fedorovic era diventato la mia ombra languida e silenziosa, che senza farsi mai scorgere, lasciava dietro ogni mio passo la sua invisibile scia. Nascostamente, a fianco del mio piede in levare ne sentivo uno stesso che si alzava da qualche parte vicino a me ed avevo la netta sensazione che, anzi la certezza più assoluta, che fosse il suo piede a muoversi col mio senza farsi scorgere. Ora posso sentire distintamente la sua suola che si alza dal terriccio umido per muovere un passo in avanti, sempre più lentamente, per ritardare l’attimo, per procrastinare ancora una volta rimandando a più tardi ciò che non si può più rimandare. E’ sempre lui, così tanto lui, che quasi mi stupisco che qualcuno possa crederlo cambiato. Essenzialmente nessuno cambia. Nikitha Fedorovic balla un valzer infinito con se stesso, perso dietro ai propri passi e ai propri movimenti sempre troppo lenti. Il suo interesse per ciò che lo circonda non è che un subdolo alibi per la propria follia pura ed incontaminata. Il suo ostentato disinteresse, il saluto così prezioso e caldo che mi è stato tolto brutalmente sono i suoi assurdi metodi per convincersi che in fondo non ne vale la pena. Che non vale la pena per nulla a questo mondo. Tanto meno per ciò che si era pensato potesse valere qualcosa. Ed è per questo che Nikitha mi ha fatto entrare di soppiatto nell’anticamera della propria indifferenza e della propria adorazione. Potrei sentirmene lusingata. E tutto questo non può che aprire una ferita lungo i miei assi di solidità, facendoli scivolare a poco a poco verso l’entropia. In questo consiste l’onta, l’enorme schiaffo morale, signori. Derubata dei miei segreti più intimi da un uomo stolto, che cammina per le strade di Pietroburgo sorridendo beffardo al cielo, attendendo che gli sguardi smarriti dei passanti si focalizzino finalmente sulla sua figura ricurva e sfrontata. Perché, ricordatevi anche questo, è dalle persone da cui non ci si aspetta nulla e a cui non si chiede nulla che arrivano le delusioni più cocenti. E’ da coloro ai quali non si parla e non si fanno confidenze di sorta che si viene derubati nell’intimo, da loro si viene privati prima delle proprie convinzioni nascoste, poi dei propri sentimenti più torbidi ed infine della coscienza di noi stessi. E questo Nikitha Fedorovic lo sa. Lui stesso mi ha fatto osservare di aver visto così profondamente dentro di me da poter dire che tutto quello che forse c’è effettivamente per lui può essere convertito nel suo stesso contrario, da lui può essere osservato di soppiatto e plasmato, come secondo un tacito accordo d’anime. Voi non vi sentireste nudi nella neve ad una simile dichiarazione? Nikitha Fedorovic mi guarda con gli occhi densi di terrore da questa distanza di sei passi che ci separa. Ma questo è solo un attimo, un battito d’ali di una mosca, un’impressione di poco conto che diventerà un faro nella nebbia della mia memoria, lo so già. E’ un fotogramma finale di una successione lunga così tanti anni ed è talmente insignificante e minuscola che potrebbe far venir voglia di gridare che non sarebbe dovuta finire così. Invece sì. Nikitha tende il braccio, nella sua mano la pistola nera e lucente trema e non trova equilibrio. Il colpo esce dalla canna e si perde in lontananza oltre le mie spalle ferme, mentre Nikitha chiude gli occhi e serra le labbra. Vi chiederete perché, ma vorrei sentirlo piangere in questo momento, vorrei sentire uscire dalla sua bocca un grido strozzato e sofferente, vorrei immaginare nella sua gola una ragnatela di paura di cui lui è l’unico enorme ragno, l’unico sonnolento parassita. Nikitha sta diventando il piccolo pistillo di un fiore infuocato davanti ai miei occhi neri e fermi, sta diventando un bosco che arde nel pallore opalino della neve russa. E’ il mio punto di non ritorno, il mio punto di accensione estremo, il novantanove e nove per cento della mia soglia di interesse da cui non si può più tornare indietro. E’ il muscolo flessore dei miei arti composti che grazie a lui hanno imparato a celare e a rispondere con precisione. Inutilmente. Sapete signori, c’è chi sa leggere comunque i vostri gesti, per quanto calibrati e perfetti essi siano, per quanto sudore voi spendiate nel loro studio accurato. E questo proprio non lo potrete sopportare. Sarà la stessa persona a cui desidererete sempre, con insistenza e struggimento, chiedere <<Resta>>, e a cui non avrete mai la forza di chiederlo. E questo proprio non lo potrete sopportare. Ci sarà una persona ce non riuscite più a distinguere dai vostri pori, dalla vostra stessa carne tremula, dalle vostre pieghe, dalle vostre rughe e della quale non saprete mai accettare l’esistenza fisica distinta dalla vostra. E vi predico che, sì, anche questo non lo potrete sopportare. Il benessere, l’intelligenza, la saggezza, vi sembrerà tutto così trito ed inutile. E questo perché? Per pochi chili pelle morbida e mani tremanti, pochi chili di silenzio, pochi chili d’odio e amore. E io questo non lo posso proprio sopportare. Sta nascendo il mattino sul nostro orizzonte, il sole pigola al di là dei campi di patate troppo umidi, i raggi bucano le nuvole gonfie e tutto si tinge di un viola livido e tumido. Questa volta è il mio braccio ad allungarsi verso Nikitha, a distendersi fino al punto in cui meglio si possono calcolare le distanze e le angolazioni. Da qui posso meglio valutare ciò che è in mio potere e ciò che non lo è, e tutto ciò che compare nel mirino del mio occhio è un essere umano pieno di paura e terrore, che non si muove, non parla, non piange, ma semplicemente sta. Nei suoi baffi radi, nei suoi occhi mesti, nelle parole che ha detto e che non sono riuscita a sentire, in quelle che invece ho sentito e per cui ho giurato vendetta, nella sua nebbia, nel suo oppio e nei suoi gioielli, Nikitha sta. Sono spiacente se vi aspettate un colpo di scena, veramente desolata. L’avevo detto fin dall’inizio che questo sarebbe stato un delitto annunciato. Sono quindi tremendamente dispiaciuta per tutti coloro fra voi che amano la suspence, i grandi colpi di scena ed il ribaltamento degli equilibri improvvisi. Qui è già avvenuto tutto questo, ma silenziosamente e nessuno di voi se n’è potuto accorgere, signori. Il mio proiettile spicca il volo e raggiunge il petto di Nikitha che cade a terra senza un suono, senza un rumore, neanche il sordo tonfo contro la terra sfaldata giunge alle mie orecchie. E’ così che tutto quello che è iniziato col silenzio ed è vissuto nel silenzio adesso finisce nel silenzio ai piedi di quest’uomo troppo poco vivo e troppo poco saldo. Tutto giace sulla tua pelle.
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Date: domenica, 07 gennaio 2007 Camera mia: 2 tazze. Bagno:1 tazza. Cucina:3 tazze Salotto:2 tazze Per una media ponderata di di 2 tazze per camera. Non è male. Questo si chiama essere una caffeinomane. Una VERA caffeinomane. E dire che passerò almeno quarant'anni della mia vita a convincervi a smettere di bere caffè, a convicnervi a smettere di fumare. E poi...vedo qualcuno in giardino...si, proprio in quel giardino con piastrellatura in cotto, mezzo, fradicio, opaco, avvolto dal latte...c'è qualcuno in piagiama con un cappotto a doppiopetto nero, scarpe ballerine rosse, stile "Mago di OZ" che fuma, e si prende l'acqua....la cretina.... ah, tho ma sono io...E MI STO GUARDANDO VIVERE! E, stano, mi trovo patetica e ridicola se penso a tutti quei "Ma proprio non ce la fai a resistere eh?"... NO, non ce la faccio. Fondamentalmente perchè mi piace. Fondamentalmente al mondo c'è gente che si sollazza infilandosi nella parte terminale del retto carote, colli di bottiglia, uova, candele, torce, criceti. A mio padre piace vedere correre 7 mammiferi montati da altri sette mammiferi in un perimetro ciclico. A mia madre piace mangiare macrobiotico enumerando le doti di questa "filosofia alimentare (per favore siate scettici nei confornti di qualsiasi "filosofia alimentare" che abbia bisogno di prescrivervi 4 tipi diversi di integratori vitaminici) e cadere in ginocchio, in pianto isterico, alla vista di una sacher. Al mio ex, il musil-iano "Uomo senza qualità", provocava quasi un orgasmo raccogliere pezzi di coccio in campagna, portarseli a casa, pulirli, coccolarli un po', magari anche covarli e poi mostrarli a tutti chiamandoli "Imiei REPERTI". Un altro genio di mia conoscenza amava giocare a golf in piazza tirando contro il bandone chiuso del fioraio e uscire di casa con solo i calzini addosso. Un altro è felice solo se vede un oggetto di pelle di forma sferica, comunemente noto come "pallone da calcio" e se ci corre dietro con altri 10 idioti in mutande per ficcarlo in contenitore parallelepipedoidale con fondo a rete a maglie larghe. Sennò è desolazione e nichilismo. A Oxo piace bardarsi da vietcong e andare di domenica mattina nei pantani della campagna fiorentina con un ak (io e l'ak)elettrico a fare finta di spararsi con altri 20 deficienti. Altri sono contenti solo con un nugolo di donne intorno. Altre di uomini. Dipende dal sesso. C'è gente che si sente a posto con se stessa solo se ripulisce la propria casa da cima a fondo almeno 3 volte al giorno, gente che è soddisfatta solo se ogni giornata che Dovstoieskij (:-p) manda in terra si scopre un altra malattia (immaginaria) e il relativo metodo di cura,...fino al giorno dopo. Gente che gode nel tagliarsi le braccia e raccontarlo, così tutti fanno "OHHHHHHH" e altri fanno "AHHHHH" e tutti "POOOOOOOOOOOOOVERA". Gente che è felice solo se si vede sanguinare qualcuno fra le braccia per poi sentirsi dio.E mi fermo qui. MA, scusate, pensate davvero di essere sani VOI??? No perchè se l'unica malata qui sono io perchè una sigaretta mi dona 5 minuti (piu o meno) di immensa libertà, SOLITUDINE ("Chi è solo E' TUTTO SUO" e non l'ha detto una pirla qualsiasi ma Michelangiolo Buonarroti), allora c'è qualcosa che non quadra nella mia visione delle cose. TAnto ringiovanire non ringiovanisci. Autoottimizzazione, perfezionamento, FITTER HAPPIER MORE PRODUCTIVE. Vi prendete troppo sul serio. Il problema è questo. Cosa abbiamo imparato oggi? Altre due cose fondamentali sulla Paige: la Paige non vive senza caffè e sigarette. Debole? Si, debolissima. L'uomo E' un animale debole...e cedevole...e misero...e piccolo, STUPENDAMENTE DEBOLE MESCHINAMENTE DEBOLE. E morirà. Non c'è cazzi. E' vero. Perchè tutta questa negazione della morte? Questo spasimo dell'immortalità? Questa Torre di Babele costruita su pelle sangue connettivo, teche interne, teche esterne, secondo voi regge? No, si sfalda anche quella. Nessuno è un perfetto ingranaggio ben oliato. L'epidermide è composta da cinque strati, l'ultimo dei quali consta non più di cellule, bensì di LAMELLE CORNEE DESQUAMANTI, sarebbe a dire tasselli di un mosaico a breve scadenza, sarebbe a dire, che mentre calibriamo i nostri movimenti, mentre scegliamo l'abito che calza meglio, mentre tendiamo le braccia all'automiglioramento e all'immortalità, al decoro e all'onnipotenza, al riserbo e alla compostezza, parte della nostra pelle si disperde nell'ambiente come POLVERE. P-O-L-V-E-R-E Segnatelo George W GRAVITY ALWAYS WINS
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La mortificazione della mia filantropia Date: venerdì, 05 gennaio 2007 Ma lo sai che ti dico acido citrico?? Vai a fanculo! Io vado farmi un gior in centro e in barba a te e alla seguente fosforilazione ossidativa, si, IO ME NE STRABATTO, tanto più che ho bisogno di coprirmi un po' con quella coltre tiepida ed abusata dello struscio-in-centro-post-natalizio, tantopiù che ogni tanto ho bisogno di far finta di avere una vita e non essere una studentessa di medicina, e allora:VIA, per i lungarni, per via della vigna a strusciare il cappotto con quello di signore ingobbite, signore-singorili, signore con marito e figli a carico, vacche travestite da educande, vacche travestite da vacche, allampanati ragazzini in giubbottino blu, meno allampanati signori con annessa e connessa chierica da far invidia a Fra Tac (quello di Robin Hood), eleganti rompiballe che camminano mano nella mano con la loro rompiballe donna, cani, canini, cagnoni, a volte ermellini,....variegato il mondo da quando non ho idea di che fine stia facendo eh? Sono impastata in questa meravigliosa melassa in putrefazione quando scorgo, tre o quattro bandiere rosse che svolazzano nella folla, e dico "Oh, tho, una manifestazione...ma non sono un po' pochini?" Ma da lì a pochi secondi l'arcano viene svelato dal seguente personaggio: un ragazzo di circa 25 anni alto emaciato, stile "mi hanno ciucciato le streghe", pantaloni color kaki, golf color kaki avariato, occhiali alla harry potter....in due minuti questo tipo diventa il mio personale paradigma di "PISSERO". Tuttavia il mio paradigma di "pissero" è stato probabilmente scelto dall'Oscuro come suo "vaso". Nel senso:passi la veemenza, passi il megafono, passi tutto, ma quel gracchio di fondo, così squisitamente GUTTURALE, stridulo, mi ha fatto avere un flash immediato...il paradigma di "pissero" che si fa la scala a chiocciola dell "Esorcista" in pigiamino rosa, con mani e piedi. E fin qui tutto ok. La tragedia sale quando scorgo sulle banidere quel maledetto, stronzissimo omino con la spada e lo scudo ....si sono loro:LEGA NORD! "E che avranno da dire stavolta, questi piccoli geni del male? COSA?????" Il discorso più o meno suonava come :" Basta col Made in China, comprate prodotti italiani, i cinesi ci rubano il lavoro" . Niente di più complesso o elaborato. Ve lo assicuro. ECCOLO, MI MANCAVA! ET VOILà ANCHE IL MIO PARADIGMA DI "SUPERFICIALE"! Credo che su questo livello esistano solo 2 o 3 cose: la trama di "Tre metri sopra il cielo", Crepet e Melissa P. Poi a ruota segue questo pirla. Che poi fra l'altro: secondo te, idiota, come mai il Made in china dilaga? Forse perchè per comprare prodotti di marca, di buona fattura, in questo paese di merda bisogna vendere un rene?? Forse perchè sono decenni che la manodopera cinese viene sfruttata e sottopagata dall'industria italiana e occidentale in generale??? MA NOOOOOOOO!!!! MA COSA MI DICI MAI?? E' che i cinesi sono perfidi e arraffoni e vogliono prendersi la fetta tutta per loro! Armati di alabrada e a cavallo depredano le nostre campagne e stuprano le vostre mogli, saccheggiano le nostre cucine e i nostri granai, e poi spargono il sale dove passano! CAspita, PISSERO, sei un genio, le tue cognizioni di economia globale e storia sono un gradino sopra e ancora più di quelle di un professorone universitario, più o meno sullo stesso piano di quelle del Gabibbo e di Grande Puffo, direi! E poi, caspita, la mia venerazione sempiterna va a te, soprattutto per la tua capacità analitica, per quella particolare arguzia nello scavare a fondo il problema, quell'alacrità nel non trovare solo risposte scontate! La mia improvvisa filantropia si rattrappisce su se stessa lancia 2 o tre gridi, rantola un po' come un cervo ferito e poi, prima che io le possa dare l'estrema unzione....spira. Alle parole del PISSERO:"E IO SONO PURE DI CASERTA", la mia filantropia è già in una bara di cedro del libano con interno in seta rossa, e al suo posto da qualche parte, in quel piccolo tassello emozionale fra la rabbia e la nemesi, c'è scritto "misantropia", ma anche "allora sei doppiamente fava, figlio mio". A quel punto con giramento di palle annesso e connesso torno a casa e comicio a pregustarmi la serata DR House/Grey's anatomy in compagni di Andre e Omi, al che....."Carlo, possiamo fare un'altra volta???" E allora, cazzo, io mi sforzo alla socialità, però a un certo punto, ANDATEVENE A CACARE! Stasera rimango a casa, fantozzianamente, coperta di flanella, birra gelata, frittatone di cipolle e RUTTO LIBERO!!! (non proprio ma rende l'idea) |
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Date: giovedì, 04 gennaio 2007
Morbide contrazioni oramai, non ci resta altro. Scorrendo le strada del centro, ho avuto un’illuminazione, ho visto del vetro trasparente e al suo interno un piede in lento movimento, gocce di tenerezza che scivolano lungo i miei rivi. Riconosciuta, come una straniera per le vie del mondo, dal cappello a falde larghe e dai vestiti di lino, macchina fotografica a portata di mano. Così ti ho annusata a metri di distanza, con la mia nuca nuda e calda, in tua attesa, da tanto tempo tanto tempo. La vetrata di una palestra è un guscio d’uovo appena formato, da questa placca sporca di marciapiede che mi ricongiunge con la terra, tramite plastica e cuoio, mi sono avvicinato in silenzio, come un fedele all’altare, ad una misera, misera palestra illuminata a neon. Il sole oscilla, un’incensiera, placida, le teste dei fedeli guardano più in là, le mura, le mura di gomma e pasta abrasiva disseminate lungo il mio cammino, il nostro cammino, inconsapevole genere umano, potrebbero crollare tutte un giorno, non sapete? Ebbene: se possono, cadranno. Palazzi costruiti per cadere, mani partorite per restare sospese, bocche disegnate per tremare, vi riconoscete? Si, siete proprio voi, vacche sacre di questa giungla metropolitana, chi vi toccherebbe mai con un solo dito in questa pasta frolla di frustrazione e cemento? Frantumazioni, deflagrazioni, morbide contrazioni:ne sono più che convinto. Tanto il moto si fa caotico, tanto vi riconosco i miei lembi di pelle pendula, i miei sprazzi assorti di entropia, siamo costruiti secondo lo stesso progetto, siamo in piedi per ritornare sciabordando contro le palafitte di recinzione, al misero punto d’origine, al ripiegamento embrionale, alla demenza senile. Dei piedi camminano, delle bocche si dilatano, oceani a ben vedere, buchi neri, mani afferrano, innalzano nell’Olimpo dell’umana grazia quella che infin dei conti è l’unica peculiarità che distingua l’uomo dal rettile, l’uomo dal non-uomo, il pollice opponibile, voci sibilano, unghie grattano, denti mordono, lingue, lingue, LINGUE, leccano e la strada, la strada si fa calpestare. A ciascuno il suo posto. A ciascuno il suo caos. Un dito si estende. Una mano liscia il velluto del pulviscolo, il magma placido e assorto di questo immenso invisibile che mi terrorizza, punta qualcosa più in su, in un atto poietico, di atavica creazione, pura, nuda, incolta. Come latte. Come torpidi opali. Il delta del metacarpo sfocia , fiume dal lento scorrere, nella falange, si raccorda con la falangina attraverso quella piccola perla rugosa, così densa, e poi L’UNGHIA, in alto, verso il cielo, si staglia, MI TAGLIA, gocciola in lacrime di marmo liquido, rosa, pallide, come drappi di damasco per pareti, che si intonano all’oro, che tendono alla malinconia, al decoro, al sonno, al mare d’inverno. Il mio mare. Il mio inverno. La piccola cupola del polpastrello, con i suoi solchi concentrici, pozze d’acqua in cui si frange la pioggia, fanno riferimento all’ombelico, al fulcro, al ventre infuocato, il centro di un intero universo che si mette ad ascoltare le sue novelle silenziose, raccontate a furia di sillabe stropicciate tra le labbra, ascolta, un mondo intero ASCOLTA, accoglie l’invito silenzioso della punta del suo dito, fa sì con la testa, e si accuccia, piega la testa e si fa esso stesso dito, si fa pelle, si fa propaggine di qualcosa di cui è immemore, a cui è assente. Questo neo, questo neo d’imperiosa, prepotente, SFACCIATA vita, è vibrato, sibilato di netto, di taglio, dall’arcata maestosa del braccio sollevato sopra la testa, teso sul polso, fermo, dritto verso la meta, freccia nell’arco, col suo morbido angolo, il suo semplice angolo a delimitare quella zona segreta, quella zona nascosta e così profondamente fragile, dove la pelle è sottile, carta di riso, e le vene decorrono blu verso il polso, verso i suoi centri pulsanti, verso i MIEI centri pulsanti, i miei occhi che fissano, al di là del vetro, fissano quel perfetto arco a tutto sesto, quella perfetta armonia in scala umana, la guardano DIVENIRE, foggiare spazi e ambienti, TEMPI, diversi, secondi e unità senza nome, ripetuti ma mai uguali, di colori diversi, di qualsiasi colore io voglia, in qualsiasi poro dei suoi io mi voglia riposare, qualsiasi cosa voglia vedere, la vedo. E se le mie parole non hanno un filo conduttore, una logica, se si susseguono come i cosacchi nella neve, contro la tempesta, continui, cadenzati e stanchi, è perché è così che escono, così che si rendono potenti di tutto, potenti all'urto, nell’immobilità, sì, nell’immobilità, proprio come me. Se nella mia istantanea immobilità, fra questi volti che cadono e ridono, e ridendo continuano a cadere sempre di più nell’istante immediatamente successivo, fra queste mani che volano e lisciano, questi denti digrignati e lisciati dai detergenti, io, STO, se non scelgo di compiere nessuna azione degna di nota, se non scelgo di essere protagonista, ma solo una parte del tutto, se semplicemente io non scelgo, è perché nel mio istante, nella mia immobilità, vi sono tutti gli istanti successivi, sequenziali e non, vicini e lontani, tutte le forme, i modi, tutto può esservi letto, come no, basta che ne abbiate la voglia. Se io non mi autodetermino, se io non mi muovo, se io rimango fermo, mentre ci si aspetta che tutto si muova, che assuma risvolti inaspettati, critici, grotteschi e ridicoli, se ci aspetta l’eroe, bhe, io sono l’antieroe, se ci si aspetta la trama, io sono il caos. Sto solo cercando di farmi leggere, sto solo cercando di leggere tutto quello che posso, tutto quello che voglio dalla mia immobilità, dall’immobilità di questa ballerina sconosciuta, ma che mi parla di cose nascoste, mi parla di cose evidenti, giacchè non fa per nulla differenza, mi parla di tutto e di nulla. Mi parla d’amore e di tombe. Ma soprattutto d’amore. L’amore, con tutte le sue briciole. Mi basta a riempire gli spazi di non azione, mi basta a riempire le ore di sonno che non consumerò in tutta la vita, mi basta per vedere tutte le cose che si suppone dovrei vedere con la retina, invece le vedrò con la pelle. E, allora, sono ancora immobile? Se io attraversassi la strada di corsa, scavalcassi l'argine di questo fiume troppo grigio, troppo lento, mi buttassi a capofitto fra i flutti, se mi immergessi, morissi, strisciassi ai piedi dei passanti pregandoli di fermarsi, se bucassi il foglio di questa pagina con pugnali e marionette, se esplodessi con 100 chili di tritolo sotto i pantaloni, se seminassi disgrazie, mi vestissi da donna, coi tacchi e il rossetto, una finta lacrima sulla guancia, cosa aggiungerei di più? Forse mi seguireste nell'annegare, nel supplicare, nell'uccidere? La mia immobilità è tutto ciò che ho da offrirvi. E, guardate bene., io voglio offrivi qualcosa, voglio farvi un dono, e che sia uno VERO, giacchè ogni dono è un dono d'amore. Voglio imbandirvi la tavola, voglio mescervi il vino, fare del mio fluire, delle mie parole porte calde, un gremito convivio, voglio servire me stesso, voglio invitarvi a fondere le vostre mascelle con la mia polpa, il mio senso col vostro, farvi vivere del mio ruotare, voglio offrirvi un banchetto d'anime, non una giustapposizione, ma una penetrazione, non in contiguità, ma in continuità. Voglio darvi in pasto qualcosa di più dei miei spasmi muscolari, della flessione dei miei ginocchi e dei miei gomiti per oltrepassare la sponda del fiume, voglio darvi di più di più di più di una bella storia. Non voglio darvi una storia. Voglio che entriate, tutti interi, con le scarpe e il cappello, con le mani aperte, la bocca attaccata alla mia, la lingua protesa, i fluidi che scrosciano, nudi nella linfa, nella mia linfa, voglio che vi contorciate stando fermi nelle mie parole, voglio un obelisco e un formicaio, salire sul primo, addentrarsi nel secondo, e voi con me, e voi in me, uniti dallo stesso abbraccio di carne, mentre in realtà non ci tocchiamo mai veramente, tanto pieno, tanto forte, che si perdono le mie ciglia e le tue, si perde il mio contorno e il tuo, tanto che si perde lo stesso concetto di mio e di tuo. Voglio creare, creare la terra di nessuno, la terra di tutti e allo stesso tempo, mia, tua sua. Non voglio condividere, non voglio mostrare. Voglio solo che voi vediate, che voi sentiate, fino in fondo, così intensamente, come lo faccio io, questo promontorio in elevazione, questa porta su caverne infuocate, divampanti, queste labbra aperte, stirate nella concentrazione della danza, che toccano e stanno sulle loro, che mi richiamano all'ordine, e mi richiamano al caos, mi spremono il volo, mi impediscono di muovermi. Perchè? Perchè così intensamente io mi rivedo bambino, con le mani nelle tasche mentre tremo per il freddo e la strada è soltanto una via da percorrere, niente più, le foglie cadono copiose dagli alberi e io non guardo i colori, il vento scuote la fodera del mio cappotto consunto, e io mi immergo come una tartaruga nella corazza della sciarpa e penso a quanto desidererei, quanto, quanto quanto, desidererei poter volare, e poi, eccomi lì, ma si, sono proprio io, ancora, seduto a una cattedra, in fisso e lento annuire, i capelli che dondolano, un po' più spaurito di così, un po' più illuso,e tutto quello che vorrei fare è bere una birra alla faccia di questa vecchia strega che mi alita addosso il suo disprezzo didattico, e poi su su su, su per quella salita, pedale dopo l'altro su per quell'erta infuocata dalla canicola,ansante senza una meta, vittorioso, vincente nel non aver guadagnato nulla, speranzoso per i luoghi fantasiosi in cui mi sto dirigendo, con la contemporanea consapevolezza di non stare andando da nessuna parte, eppure, hey, quanto spazio, quanto mare, quanta terra, e poi la vedo, come se fosse parte dalla mia mano, un'ameba, emettere pseudopodi e incamminarsi lontano dal sale, risucchiare se stessa e riespandersi, nel suo lento non essere, e tocco ancora una volta, proprio quando non avevo più speranza di farlo, tocco il mio libro di scienze biologiche delle superiori, lo tocco e lo porto al naso, annuso l'odore forte e splendido, stupendo, davvero, delle pagine fresche di stampa, quell'odore d'inchiostro e carta, dolce, dolce odore di carta, che mi riempie tutto, come nulla è mai riuscito a riempirmi, neanche le parole scritte su quella carta e su quell'inchiostro, e intorno le risa, lo scherno, e poi lo sento, eccolo, il mio cuore che sta per spezzarsi al suo lento incedere, gloriosa come una dea vichinga, la vedo camminare, bionda e virginea, piede fermo, e io mi sento una misera accozzaglia di peli e frasi sconnesse, inadatte, mi sento qualcosa che gocciola, come un vaso rotto, una piuma calpestata, mi sento orrido ed impalpabile e pieno di rabbia repressa, e poi ancora, guardando questa meravigliosa opera d'arte d'architettura umana, la gamba della ballerina che rimane piegata ad angolo retto, nell'aria, contro il ginocchio vicino, teso, pilastro che regge tutti i miei ricordi, ecco, adesso vedo quel vaso rosso fuoco, quello in cui alle elementari tenevamo i fiori della maestra, le mimose, mi ricordo di averlo disegnato, mi ricordo quanto fosse liscio e perfetto e immenso, grande grande grande e cilindrico, ma forse ero solo io ad essere piccolo e senza forma stabile e poi ecco, adesso vedo ergersi le magnifiche masse svettanti di Machu Picchu, le vedo troneggiare nel verde intenso, in quel verde che assomiglia così tanto all'oblio, che assomiglia così tanto a tutto quello che non riesco a spiegare, da farmi stare male, da farmi boccheggiare come una trota, le vedo e le vorrei toccare, vorrei leccare, annusare, entrare a contatto morboso solo per un attimo con quella parte del tutto che mi resterà inconoscibile, voglio ricongiungermi con qualcosa che non mi appartiene e che mi respinge, che mi qualifica come una misera clessidra dell'età moderna, corrotta e capace solo di edificare municipi e scuole, e invece, invece, questa MERAVIGLIOSA INUTILITA' che mi toglie il respiro, vorrei bagnarla di lacrime e addentarla addentarla, insieme all'erba, finchè non mi rimanga più un solo dente nella bocca, e poi sento scorrermi lungo la schiena il brivido caldo della nostalgia, mi vedo camminare sul ponte, sono le sei di pomeriggio ed è inverno, sta facendo buio e più in là verso il parco le nuvole si stendono in rosa, si crogiolano nell'arancione, mentre cammino al tuo fianco e inizia a piovere e io ti dico “ti sta calando il trucco”, e tu mi guardi e ti pulisci la palpebra col dito, e sorridi, e ti chiedi quando arriverà il giorno che non ci vedremo più, quando ci perderemo di vista, ed ora, ora su questo marciapiede, col freddo che entra nelle ossa, e l'omino delle castagne che mi guarda di sotto in su dalla sua fragile postazione calda, proprio ora, che ti ho persa, proprio in questo esatto istante che è gravido di tutti quelli che abbiamo vissuto insieme, e di quelli che avremmo potuto vivere, ma non l'abbiamo fatto, adesso mi si rende più viva ed acuta la certezza che non sentirò mai più il tuo odore, e questo mi deruba per un attimo del mio, ma solo per un attimo, perchè nessuno se ne accorga, e poi ancora vedo fiori tropicali arancioni che si arrampicano sulle gambe scure, che si contorcono e spremono la mia retina, nel caldo, nell'umido, e le spiaggia assolate e malinconiche del Caribe, vedo le compagnie fluviali nei porticcioli, i bordelli, la calura che arde, le braccia materne delle donne equatoriali, le loro gonne larghe a fiori, le mie mani che si tendono a toccare e tutto è loro concesso, nulla si ritrae, la natura è una fruttiera generosa, e la mia bocca un lampone, mi ricordo improvvisamente di tutte le volte che ho desiderato una barba, ma non mi è cresciuta, di tutte le volte che ho desiderato emergere e sono rimasto nell'ombra, mi sono tornate in mente tutte le frustrazioni di una piccola vita inutile, le ore passate allo specchio a guardare da che parte pendesse il mio naso, quella volta che ho comprato un sassofono tenore e l'ho portato alle labbra una volta, e poi lì nell'angolo, appoggiato a prendere polvere, non ho potuto guardarlo per anni per la certezza che solo a buttarvi l'occhio avrei provato vergogna di me stesso, ora, mentre mi sembra di sentire il lento suono dello sforzo continuato, degli anni passati a mantenere la posizione, dei pomeriggi di lunghi pianti per una gamba che non si tende abbastanza, e ora che si è acquistata la perfezione non resta che reiterarla nel virtuosismo, ora proprio ora mentre la ballerina quasi si sta accorgendo di questo pazzo, che la fissa, e che resta immobile, immobile sul marciapiede, mentre una bambina passa ed emette un risolino odioso e sommesso, tipico dei bambini quando qualcosa è talmente ridicolo da non potersi trattenere, ma lo è solo per loro, bhe proprio sento le tue mani che mi passano lente sulla schiena, le tue mani nude sulla mia schiena nuda, la tua bocca nuda, sul mio collo nudo, la tua saliva calda in ogni mio incavo, i tuoi capelli che passano come uno sciame d'api sulla pelle, e tu che mi scendi e mi risali come un clivo faticoso, ed io che non so proprio più cosa dirti, ma so ancora urlare, e penso che lo farò proprio ora, ora, ora , ora, e poi un non senso, quando abbiamo rotto a calci quella porta, quando io ho sognato che da grande avrei fatto l'archeologo e poi mi sono ritrovato a detestare gli archeologi e non sono mai riuscito ad ammettere i l mio primo sogno, quando mia madre mi dice che fin da piccolo non sono mai stato un tipo tranquillo, solo che a volte mi blocco, e io non riesco a spiegarle perchè mi blocco, come sto facendo ora con voi, ora proprio ora, mi pare di ricordarmi il mio primo vagito quando l'aria è entrata per la prima volta nei miei polmoni e io ho pianto di dolore, non per bisogno, e ancora oggi penso di non aver abbandonato quel modo di piangere, a dirotto, come un fiume in piena, e ora, ora che lei mi fissa da dentro la palestra con un'evidente aria di fastidio, la bocca si è chiusa, e ha assunto un'espressione arcigna, e corrucciata, piccola regina dei miei bassi fondi e dei miei picchi celesti, adesso che sembra invitarmi ad andarmene e lasciarla da sola a proseguire i suoi esercizi, adesso che io ho esultato, gridato e pianto senza mutare espressione del mio viso davanti a tutta questa bellezza davanti a così tanta perfezione, adesso che le sole cinque dita del suo piede protese, inarcate verso il basso in una posa disumana e innaturale, contorta e raggrinzita nelle minime parti, ma fluida come un delfino che guizza fuori dall'acqua nel suo insieme, proprio adesso tutto questo insieme di emozioni, sensazioni, visioni, la commistione stessa del mio dono, la commistione stessa che ora avvinghia me a te, me a voi, questo convivio della mia vita, collassa, scivola velocemente, le nostre lingue si sciolgono dal loro abbraccio, le mani si disincrociano, mi riprendo i miei pori e vi rendo i vostri, almeno per ora, proprio adesso, mentre è in fieri tutto questo, mentre ci stiamo allontanando e congedando io mi vedo morire, coi capelli canuti e spenti su un letto celeste, con le mani grinzose e stanche accasciate lungo i fianchi scarni, o meglio, mi ricordo della mia morte, paradossale eh? Eppure nonostante nessuno me lo possa garantire, anche se magari morirò fra tre giorni schiacciato da un camion di morte violenta io ORA RICORDO LA MIA MORTE, come se l'avessi già vissuta e la ricordo con malinconia, come si ricordando i momenti particolarmente tristi di un'intera vita. E ricordo cose che ho vissuto e cose che non ho mai vissuto, ricordo volti noti e volti ignoti, miracoli e piani cartesiani, linearità e follia, tutto lo scibile e tutto l'inconoscibile, come se fossero entrambi parti di me stesso, la mia mano destra e la sinistra. Tutto questo, ma solo per un attimo, infinitesimo, quell'attimo piccolo piccolo di cui si compone il mio stare, il mio non muovermi. Ecco, io vi voglio regalare la mia possibilità, la mia infinita possibilità, e voglio che sia anche la vostra, con forme e colori diversi, voglio che nel mio esercizio ginnico di retorica, voi possiate leggere il tutto e il nulla, come io faccio con le dolci membra della sconosciuta ballerina e che questo ricordare infinitesimo e infinito possa essere letto da terzi come il VOSTRO esercizio ginnico, base ed esempio di quello che a loro volta creeranno vie esistenti e non, parole inventate e nuove. Vi voglio invitare a spremervi nei sensi. E poco importa se adesso siete fra questi passanti sogghignanti e ridanciani che mi indicano col dito e si premono il grasso ventre con le mani, poco importa se anche voi come me siete in questo eterno ciclo di asfalto e pietra serena che incornicia la palestra della meravigliosa ballerina e proprio qui mi state guardando come si guardano i poveri pazzi. Poco importa. Voglio farvi vedere. Voglio farmi vedere. Voglio vedere attraverso. E voi con me. Via, con me. Amo Piango Rido Sputo Grido.
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A ciascuno il suo coma privato
La grande verità Mettiamo subito bene in chiaro che: Se Dio esiste, ed ho i miei leciti dubbi, è stato creato da Chuck Palahniuk, il quale a sua volta (se esiste) è stato creato da Jeff Buckley, il quale a sua volta(quando è esistito) è stato creato da Thom Yorke, il quale a sua volta (nel suo esistere con un solo occhio aperto ed essere comunque scopabile) è stato creato da Roger Waters, il quale (nel suo esistere persistente) è stato interamente concepito, assemblato e in conseguenza creato da Fedor Dostoevskij, il quale ha creato se stesso a partire da uno spruzzo d'inchiostro. Amo Bah, direi vedi sopra...anche se concettualmente è onesto dire che Palahniuk prima di Dio ha dato vita anche a Milan Kundera, Gogol, I Velvet Underground in blocco (immaginate un parto plurigemellare senza cesareo....grand uomo sto Palahniuk) odio Caro amico splinder ci vai pesante eh? "Odio"mi pare decisamente un parolone, prima di odiare dovrei essere almeno in grado di riprodurmi per sporogenesi come molte specie superiori quali il fungo. ascolto Tanta rrrrroba Leggo E mo' so cazzi...facciamo che ci limitiamo al "Leggo con immenso piacere, nonchè con una stima che tange l'estasi mistica" ok? Allora: Tutto quello che ha scritto Dostoevskij, Idem Palahniuk, John Fante, Gogol, Tolstoj, Alice in Wonderland di Carroll, "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov (...MERAVIGLIA...), alcune cose di Kundera, Haruki Murakami, l'esemplare "Il colpo di pistola" di Puskin, "Cosmicomiche" di Calvino (con particolare riguardo a "Mitosi") and much more Counter
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