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La Pantomima della Morte Bianca (ATTO SECONDO) Date: domenica, 13 maggio 2007
E lo schifo mi segue ovunque. Mi si impregna addosso, gemma dalle mie braccia e gocciola per terra, mi si inchina davanti, il birichino, e gioca a risucire servile, diventa l'imbellettato paggio dei miei stracci e della mia spazzatura. E siccome il potere è tale solo quando non viene esercitato, la mia immobilità diventa il suo suggello, il sigillo di ceralacca rossa che mi incorona signore e padrone di questa terra di formiche e cartoni di latte, di questa distesa desertica di rose marce. Ed io le metto in fila. Tutte. E poi mi infilo un passamontagna in testa. E loro mi seguono fuori dalla porta, mi seguono per le scale, come un alveare fedele. Sento il loro ronzio, come un continuo annuire, annuire al mio silenzio di pura maestà. E se mentre cammino così per le strade tutti mi guardano di sotto in sù, se tutti mi confinano in un loro privato sgabuzzino di persone da non invitare mai a cene di gala, di reietti e delinquenti, tanto meglio. Io cammino e il mio schifo mi segue. Mi gronda addosso da sotto il passamontagna in forma di denso sudore. Io cammino e sono grande, ma il mio nocciolo è piccolo ed è nascosto, è tondo, ed io sono una pesca, una pesca marcia. Sono raccolto e zuccherino. Piccolo e disgustoso. E questo mi basta. ........
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La pantomima della Morte bianca- ATTO PRIMO Date: sabato, 28 aprile 2007
Solo una rapina a mano armata. Niente di nuovo. Niente di eclatante, nessuna nuova idea. Anche perchè si sa: le nuove idee non esitono. Tante persone, poche idee. Tante vite, pochi esiti finali. Sempre lì si finisce. E' solo che stamattina mi sono svegliato con la voglia di avere una collocazione. Mi sono svegliato col violento desiderio di essere a posto. Come un'arancia nell'agrumeto. Un baco in bocca alla carpa. Uno di quei desideri talmente forti che quando ti guardi allo specchio sembra che ti divori le guance, ti fonda la mascella con la mandibola. Il desiderio, si sa, distorce. Ho sentito un'inestinguibile bisogno di saponette al the verde e al lime, di cotton fioc candidi come fiocchi di neve, bisogno di un conto in banca e di una radice di kren nel frigo. Ho sentito la voglia lancinante di completi di gessato con camicie inamidate, di una camminata disinvolta e di una di quelle merdosissime scatoline di liquirizie di latta, quelle anticate, da tirar fuori all'evenienza. Come se nell'equilibrio di cui mi circondo una merdosissima liquiriza fosse il solo piacere possibile ancora. Guardate bene. Sì, esatto. E' uno scacco morale. Ho sentito un'improvvisa smania di vezzo. Così forte che le mie ossa si fanno mashmallows, il mio cuore diventa una pompa di benzina per la mia Ferrari. Così forte che io ne divento l'anonimo substrato. Ed è il vezzo stesso a cui parlano le persone. Io non sono altro che il suo impersonale citofono di grasso coibente ed epitelio. E' il vezzo che si presenta per me, che stringe mani e dispensa abbracci con cordialità e noncuranza. Ho sentito il bisogno di un "Egregio", "Signor", "Dottor", "Ingegner". Il mio cognome? Una gruccia. Il vezzo, l'abito di strass da drag queen. Non parlo d'oggetto, parlo di concetto. E dato che non ci sveglia una bella mattina con la cucina invasa di sushi e le iniziali sui polsini, dato che non è in un giorno che si impara a guardare il mondo come un vigile che diriga il traffico, dato che in fin dei conti il pragmatismo non è il mio forte, perchè sono solo un sociopatico senza nome e fondamentalmente un gran paraculo, ma ne ho piena coscienza , date tutte queste imprescindibili premesse, ecco, ho trovato il mia personale scappatoia. La mia personale tana del bianconiglio. Come la sottana della mamma. Ma meno svolazzante e profumata.
Sono il dandy rimasticato dallo smog e dall'industria. Plagiato dallo scintillio dell'egocentrismo. E la chiave per la mia estasi mistica è il paradosso. Perchè è solo che così che si raggiungono vie inarrivabili. Aggirandole. Arrivando all'estremo opposto ed eccellendovi talmente tanto da sconfinare nel suo esatto contrario. Così come l'diozia più genuina sfocia nel genio. Così io passo attraverso la mortificazione per sentirmi dio. Un dio col passamontagna e il pigiama. Un vero piccolo, ridicolo, padreterno dello schifo.
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Date: mercoledì, 10 gennaio 2007
Con l’odore di foglie marce i miei stivali neri affondano nel terriccio fradicio. La marsina, dal tono distinto, è allacciata fino in cima, fino al collo, dove spuntano i rigonfiamenti fieri e tronfi di sé della camicia bianca di seta, arricciata come una rosa bianca. Il grigiore sovrasta lo spiazzo denso dell’umore del Novembre appena trascorso, la campagna desolata ed umida si distende mesta sotto al mio sguardo pallido ed infermo, divorato dall’impazienza e dall’inquietudine. Non si mira alla testa. Sarebbe scorretto e scandaloso. Un uomo deve pur conservare la propria dignità e l’onore della propria posizione anche in duello, pronto ad accogliere senza vigliaccherie o timori poco raccomandabili il colpo del proprio destino, della propria fierezza. Uno sparo può essere molto distinto, può essere l’estremo ed irrevocabile punto d’arrivo e di partenza per la considerazione sociale di un uomo del buon mondo. Può essere la sua eterna rovina, d’altro canto, la propria maledizione addirittura presso i posteri. Neanche presso la propria bara ci sarà compassione per un uomo morto da vile, senza coraggio né amor proprio. Guardo con compunzione Porfirij che pigia la polvere con la stoppa dentro la canna della pistola. La polvere deve essere finissima, come la sabbia bianca più sottile, non grossolana come la polvere per cannoni. Solo così si ottiene la massima rapidità tra il secondo in cui si preme il grilletto e quello in cui il proiettile balza fuori dalla canna fumante. Il minimo spazio di reazione si ottiene solo così, con un padrino accorto ed esperto, quale Porfirij, che accarezza col volto distorto per la concentrazione il proiettile, facendoselo scorrere tra le dita per testarne la liscia superficie. Niente deve essere grossolano e questo proprio perché niente succede mai per caso. Tutto ha una sequenza causale fin nelle sue parti più profonde. I muschi marciti che si arrampicano debolmente sugli alberi spogli, anche loro sono stati deposti qui per un motivo, per incorniciare la scena di questo delitto annunciato. Le fronde pallide e piangenti degli alberi sembrano sporgersi per vedere meglio, per osservare con più luce i volti granitici dei duellanti e dei padrini, che a dieci metri di distanza si osservano in silenzio appoggiati alle schiene bagnate dei cavalli. Luce, ombra, campi gonfi d’acqua a perdita d’occhio, non una casa, solo la natura immobile e silenziosa, fatta d’acquerelli, di paste fluide e modellanti, di chine affumicate ed incerte. Ecco qual è il quadro del mio intimo dissenso, del mio intimo odio violento. La mia distinzione, il mio freddo discernere sono un’opera d’arte d’inestimabile valore , una scultura perfetta nel marmo grezzo, colori che si arrampicano trovando nelle loro evoluzioni abbracci simbiotici con i loro complementari, per rendere l’impatto d’insieme ancora più impeccabile e lodevole. Il tempo è un fedele alleato per chi si impegna con costanza a smussare le proprie incudini e levigare con la cortesia le proprie vene d’asprezza. La terra desolata se ne accorge, mentre la pioggia zampilla nella torba umida diventando sempre più molle e sfaldata nelle proprie intime fibre Campi marci di patate all’orizzonte, fradici d’acqua, coperti da un pesante strato di disperazione per chi li guarda e sospira, per li osserva come un ladro notturno, con la coda dell’occhio, nel tentativo di placare la propria angosciosa coscienza del fatto che essi rappresentano il suo unico sostentamento. E’ uno sguardo sporco ed infangato quello che resta quando anche l’ultimo barlume di speranza se ne va, quando il campo, cullato in una coltre di apprensione, rantola piano piano. Ma questo è l’uomo. Con la sua impazienza ed ingordigia. Il campo si distende mansueto, ingloba, decompone per poi ricomporre, senza che si veda nulla, senza ostentazioni. Si prepara a rientrare nel giro di vita e morte ancora più vigoroso. Questo è il tempo. Non la storia. Non quest’uomo alto ed infreddolito che mi trema davanti, questa pavida e smorta figura traballante, con i suoi occhi annacquati, la sua carnagione gialla e le sue scarpe cerate. E’ questo l’essere per cui ho affinato la mia impazienza fino a convertirla in granitico autocontrollo, per cui ho imparato a calcolare ogni minima contrazione dei miei muscoli sia nel porgere che nell’afferrare. Un essere privo di autocoscienza e distinzione mi ha insegnato la compostezza, non pare buffo? Eppure è proprio così. Facendo sedimentare la stizza ed il disgusto si giunge al freddo odio. Sembra che le sue sottili labbra tremino in un singhiozzo pavido mentre tenta di ricomporre il proprio terrore senza ottenere alcun risultato di sorta dal proprio visibile e vano sforzo. Le grandi mani bianche e nodose tremano lungo i suoi fianchi, con le palme aperte verso il terreno. Il suo naso appuntito, i suoi baffetti radi e spelacchiati, tutto in quest’uomo ridicolo è insignificante e privo di nota. La paura tinge di grigio. Quest’ombra inconsistente è il terreno su cui cammino, che ho calpestato per così tanti anni da poterne ricordare a perfezione ogni pieno ed ogni vuoto. Non vi è un poro della sua figura che io non conosca, che non abbia esplorato con disgusto ed impazienza ben celata, dal morbido incavo del collo fino alla punta delle dita. E’ tutto questo mi provoca una calda sensazione di morbidezza, di sadico languore, come parrebbe impossibile provarne. Gioca con un bottone della sgualcita giacca blu, come una cornacchia gioca con l’oro, piega indietro i suoi stimoli per non gridare dalla paura, per non fuggire a gambe levate attraverso i campi coltivati densi d’acqua. Ha paura della propria viltà. Ed è unicamente per questo che si è presentato alla mia sfida. Forse semplicemente non potrebbe sopravvivere all’umiliazione di essere guardato come un pavido quale è, come un vile che sceglie il disgusto altrui al posto di una morte onorevole in duello. Ma la voglia di levare le gambe velocemente, senza guardarsi indietro per cogliere il mio ghigno di scherno, è forte e pulsante sotto la sua pelle, un richiamo atavico alla propria innegabile natura. E’ stato lui a scegliere la pistola come arma, benché non ne abbia mai maneggiata una e adesso la guarda come si guarda un eccezionale ritrovato della tecnica, tanto moderno ed astruso da far spalancare la bocca. Sembra che lo spaventi la stessa idea di poterla prendere nella mano. Ha scelto un padrino accorto tuttavia, un uomo che non ho mai visto prima, basso e tarchiato, con un grosso pancione rotondo ed imponente. Ha il naso largo e schiacciato, la bocca piccola a forma di cuore ed un’espressione gioviale e mansueta traspare da sotto i folti mustacchi fulvi. Maneggia l’arma con destrezza, la ribalta velocemente tra le mani, compiendo i propri gesti con efficienza e rapidità sorprendenti. Un gesticolare forbito, ma compunto, per niente carezzevole e contemplativo come quello di Porfirij. E’sicuramente un uomo di mestiere. Un mestiere che conosce alla perfezione, ma che non è più capace di emozionarlo. La perfezione formale e la professionalità hanno preso campo sulle sue passioni, probabilmente, rendendogli ogni gesto banale e ripetitivo, facendolo annoiare di se stesso. E adesso ha già finito di caricare, mentre Porfirij insiste ancora con la stoppa e la polvere. Se qualcuno si sta chiedendo il motivo di una sfida a duello, bhe, vi posso solo dire che a volte vi sono ragioni imperscrutabili dagli occhi altrui, ovvero in questo caso dai vostri. Vi ricordo solo che uno schiaffo è sempre uno schiaffo, lascia la profonda cicatrice della propria onta. E voi vi chiederete ancora: <<Come può un individuo traballante e pavido, corroso dalla propria epilessia, quale il vostro avversario, avere l’arditezza di offendere con uno schiaffo?>>. Bhe, in questo caso vi ricordo che il mio avversario, tale Nikitha Fedorovic, non è nel suo intimo solamente un individuo tremulo e corroso dalla fiamma della propria ricerca inesausta di forti passioni, ma possiede inoltre una certa inclinazione all’autocommiserazione e al melodramma di se stesso, caratteristiche che, unite a quelle precedentemente esposte, portano alla formazione di un uomo dalla smaccata permalosità e dalle sconfinate capacità di commettere sciocchezze inaudite. Inoltre Nikitha Fedorovic possiede una profonda e giustificata disistima di se stesso celata in modo ridicolo da un atteggiamento di sfrontatezza e costruito disinteresse mal gestito che lo rendono agli occhi altrui una strana ed inconoscibile macchina di atteggiamenti folli e perversioni lunatiche. Soltanto un occhio ben accorto può accorgersi, ma solo dopo lunghi tempi di osservazione, di tutta la pavida debolezza, la profonda insicurezza che si cela malamente sotto la sua apparente follia. Come ultimo appunto, quest’uomo è effettivamente divorato dalle proprie passioni devastanti, pur non sapendole gestire. E’ convinto di amarmi. E per questo mi ripaga con la più tetra brutalità ed indifferenza alternata a deliranti momenti di vile e folle adorazione che non ha la forza di riconoscere. Ditemi se questo non è uno schiaffo, ben assestato e diretto! Certo, uno schiaffo morale, ma per questo ancor più bruciante e vivo sulla mia guancia. La fredda e sottile vendetta tuttavia è l’arma dell’astuzia, virtù che egli evidentemente non possiede. Ha asserito pubblicamente, sotto gli occhi di sguardi sconcertati ed interrogativi, che il suo unico intento, quello più profondo e voluto da tutto se stesso nel corso del lungo tempo da cui ci conosciamo, è stato unicamente quello di farmi infuriare, di portarmi all’estremo grado d’irritazione e disprezzo nei suoi confronti. E tutto ciò perché, secondo lui, questo è l’unico stato in cui io posso dare il meglio di me stessa. Attenzione, questo non va interpretato come un atto di estrema rinuncia alla propria tranquilla rispettabilità, né come un incomparabile slancio di altruismo nei confronti della persona amata. Questo è un vero e proprio affronto, uno schiaffo cocente. Sapevo che non avrebbe potuto rifiutare la mia sfida a duello. Probabilmente avrebbe rifiutato di scontrasi con un uomo per pura paura, sarebbe scappato sul primo treno per Mosca senza lasciarsi alle spalle neanche un capello, né un granello di polvere. Invece rifiutare la sfida di una donna sarebbe stata una dichiarazione troppo palese, troppo imperdonabile di pavidità per poter continuare a vivere in uno qualsiasi dei circoli dell’alta società ai quali è tanto attaccato con le unghie e con i denti. In quanto a me, il disonore non mi preoccupa, signori. Non mi tocca minimamente la straordinarietà di questo caso e di questo omicidio annunciato (perché la mia abilità alla pistola è indiscutibile rispetto a quella di un vile e ricchissimo proprietario senza alcuna esperienza con questo attrezzo). Tanto meno mi preoccupa l’impossibilità di rientrare nel buon mondo, di dover abbandonare le mie trine e le mie sottovesti ricamate. Tutto ciò che mi preme è il mio fine e freddo odio. Guardare le sue spalle che tremano nella prima mattina russa è come osservare placidamente una fortezza che crolla, con fracasso e languore. Quella stessa schiena alla quale mi appoggerò fra pochi minuti per contare da lì i tre passi che ci separano dallo sparo. Tre passi è una distanza minima. E quella fortezza traballante vestita di blu li compirà chiudendo gli occhi e volgendo il volto al cielo gonfio, ma non per pregare, per puro gusto. Gusto di scenografia. La schiena di Nikitha Fedorovic è una sottile lastra di vetro ricurva in avanti. Un punto d’equilibrio instabile e silenzioso, dietro a cui si annidano sdegno, disgusto ed amore. Avete mai pensato di poter rinchiudere l’amore sotto una sottile lastra di vetro smerigliato, signori? Bhe, se l’avete pensato certamente siete lo stesso tipo d’uomini del nostro Nikitha. E’ certamente impossibile anche solo poterlo pensare, perché la costrizione dell’amore non provoca altro se non il suo montare ed assumere forme insane e devastanti che assumono autorità monarchiche nel vostro torace rendendovi impossibile la scelta. Diventerete degli esteti, signori, paradigmi del dubbio e nient’altro. Vi contorcerete negli spasmi la notte senza sapere perché, sarete in balia degli stessi sogni cocenti ed insensati il cui unico risultato sarà quello di produrre nel vostro petto ferite profonde e di regalarvi tormentosi attacchi epilettici. Sognerete di stringere forte a voi stessi una figura pallida e sottile, tremante nelle vostre braccia, forte, fino a stritolarla, spegnerla nel vostro amore, nel vostro odio. E per questo non prendete esempio dal protagonista della nostra storia, poiché vedete bene anche voi dove lo ha portato la tracotanza di poter anche solo pensare di costringere se stesso. Ma lui non lo sa. Respira affannosamente a contatto con la mia schiena, le sue mani tremano, la sua bocca non la vedo, ma sono sicura che si sta muovendo senza produrre suono, come un pesce che boccheggi. Sentire un uomo deglutire è un gesto d’intimità profonda, più di qualsiasi altro, una vera e propria compenetrazione. “La prego, Varja…”. Compio distintamente i tre passi che mi separano dallo sparo, senza prestare ascolto alle sue parole. Mi scorrono addosso come saliva troppo umida. Mi scorrono addosso come acqua bollente. Tuttavia scorrono, lì negli incavi che ho scavato col mio perseverare nel flusso del tempo, scorrono e ricadono a terra esangui lasciando solo una vaga sensazione di prurito dietro al mio orecchio. Conosco a perfezione Nikitha Fedorovic. Conosco il suo passo lento e molleggiato, veramente poco distinto, conosco la sua cieca vanità ed il suo sordo orgoglio nello sfoggio di stravaganti indumenti con cui vorrebbe impressionarci. Ricordo la docilità della sua infanzia, era sempre attaccato alle gonne della madre e la seguiva facendosi trascinare per il lucido pavimento di marmo della sua villa a Pavlosk, con i capelli impomatati ed il volto immobile e tronfio. Ricordo la prima volta che lo vidi in età adulta. Eravamo in casa di un’anziana signora della nobiltà di Pietroburgo, la vedova Smirnokaja, ricca ereditiera del defunto Smirnokov. Nikitha Fedorovic, il quale avrà avuto all’incirca diciotto anni, mi fu presentato come il mio compagno di giochi d’infanzia. Non mi piacque per nulla. Quel sorrisetto tagliente , quel naso affilato come una lama, tutto in lui mi provocava un’ immensa stizza ed un sentimento molto simile alla più folle e subitanea paura. Ma soprattutto non potevo soffrire quegli occhi azzurri, troppo annacquati, troppi umidi, che indagavano fissamente, ma che non sembravano capire nulla. Girava tra i tavolini da the, i fini vasi di porcellana e le cineserie di quella suntuosa villa come un naufrago, gettando occhiate furtive a destra e a manca senza mai soffermarsi su di un particolare, senza mai saziare la propria curiosità smaniosa con niente. Le occhiate taglienti di Nikitha Fedorovic arrivavano quando meno me lo sarei aspettata come lunghe ed insensate soste in un porto da cui non si vorrebbe salpare eppure non se ne riesce a capire il perché. Dirette e senza filtro, pugnalate precise e calibrate da sezionatore di rane. Eppure il pensiero che egli possa essere un uomo dal fine intelletto non mi ha mai sfiorata. Certo, alcuni sostengono che il compiere azioni apparentemente folli ed imprevedibili sia in realtà frutto di una lunga e ponderata riflessione con se stessi. Ma non credo proprio che questo possa essere riferito a Nikitha Fedorovic. Egli non è un sapiente filosofo, né possiede le qualità di un accorto giocatore di scacchi. Agisce d’impulso con la pretesa di ammantarsi di mistero. A suo onore va tuttavia aggiunto che la sua precisione di sguardo è senza dubbio una fine arte fisica, aggiungerei quasi estetica. Ma purtroppo totalmente fine a se stessa. Comprenderete anche voi, signori, certo, che il saper fissare insistentemente non equivale al saper guardare, né tantomeno al sapere osservare. Quindi, signori, nel caso che Nikitha Fedorovic dovesse sopravvivermi in questo duello e voi lo dovesse incontrare in società, non lambiccatevi le meningi cercando di comprendere cosa in realtà si possa nascondere dietro quegli sguardi penetranti e languidi, perché molto probabilmente il vostro affanno sarebbe vano e vi scoprireste unicamente il più desolante vuoto pneumatico. Non sarebbe questo un prezzo troppo alto per la vostra curiosità e la vostra brama di mistero? Ma, tuttavia, se a spingervi in questa ricerca sarà non della banale brama, quanto della vera e propria sete di mistero, bhe, allora io non posso in questo caso invitarvi a desistere, poiché la sete, si sa, non può essere arrestata con nessuno degli espedienti di cui siamo in possesso noi esseri umani. Vi posso assicurare che Nikitha Fedorovic è stata la mia croce per lunghi anni e che, sì, ha ragione nell’affermare di avermi sempre spinto fino al punto estremo della mia sopportazione, di avermi fatto completamente uscire di senno per l’ira. D’altro canto forse aveva addirittura ragione nel dire che è solo così che io raggiungo il massimo di me stessa. Forse non avrei mai toccato gli ultimi gradini dell’autocoscienza e del sentimento puro senza il solletico all’anima di Nikitha. Ma nonostante questo, signori, l’empatia si paga a caro prezzo e così l’impertinenza di entrare fin negli angoli più nascosti di un’altra persona. Il mio ardimento è lama, ve lo posso assicurare. La paura di Nikitha è morbido burro sotto di essa. Come potete vedere i ruoli si capovolgono, signori. Nikitha, dopo quel primo incontro mi lascio una forte e pesante impressione addosso, era difficile scrollarsela dalle spalle. Avevo come la sensazione che quell’individuo viscido e sottile come un rettile si sarebbe ripresentato ben presto al mio orizzonte e che non mi sarebbe certo rimasto simpatico neppure questa volta. Le sorprese che può ordire un uomo del genere, signori, sono talmente impreviste e folli da non lasciare dubbio sulla sua scarsa capacità di autocontrollo, né sulla sua grossolana intelligenza. Dietro tutti gli anfratti di questa città, in ogni buco buio e desolato, mi sembrava di essere nel preciso mirino del suo sguardo, nella traiettoria del suo amore malato ed invadente, così simile al disprezzo da non sapere neanche come chiamarlo con precisione. Nikitha Fedorovic era diventato la mia ombra languida e silenziosa, che senza farsi mai scorgere, lasciava dietro ogni mio passo la sua invisibile scia. Nascostamente, a fianco del mio piede in levare ne sentivo uno stesso che si alzava da qualche parte vicino a me ed avevo la netta sensazione che, anzi la certezza più assoluta, che fosse il suo piede a muoversi col mio senza farsi scorgere. Ora posso sentire distintamente la sua suola che si alza dal terriccio umido per muovere un passo in avanti, sempre più lentamente, per ritardare l’attimo, per procrastinare ancora una volta rimandando a più tardi ciò che non si può più rimandare. E’ sempre lui, così tanto lui, che quasi mi stupisco che qualcuno possa crederlo cambiato. Essenzialmente nessuno cambia. Nikitha Fedorovic balla un valzer infinito con se stesso, perso dietro ai propri passi e ai propri movimenti sempre troppo lenti. Il suo interesse per ciò che lo circonda non è che un subdolo alibi per la propria follia pura ed incontaminata. Il suo ostentato disinteresse, il saluto così prezioso e caldo che mi è stato tolto brutalmente sono i suoi assurdi metodi per convincersi che in fondo non ne vale la pena. Che non vale la pena per nulla a questo mondo. Tanto meno per ciò che si era pensato potesse valere qualcosa. Ed è per questo che Nikitha mi ha fatto entrare di soppiatto nell’anticamera della propria indifferenza e della propria adorazione. Potrei sentirmene lusingata. E tutto questo non può che aprire una ferita lungo i miei assi di solidità, facendoli scivolare a poco a poco verso l’entropia. In questo consiste l’onta, l’enorme schiaffo morale, signori. Derubata dei miei segreti più intimi da un uomo stolto, che cammina per le strade di Pietroburgo sorridendo beffardo al cielo, attendendo che gli sguardi smarriti dei passanti si focalizzino finalmente sulla sua figura ricurva e sfrontata. Perché, ricordatevi anche questo, è dalle persone da cui non ci si aspetta nulla e a cui non si chiede nulla che arrivano le delusioni più cocenti. E’ da coloro ai quali non si parla e non si fanno confidenze di sorta che si viene derubati nell’intimo, da loro si viene privati prima delle proprie convinzioni nascoste, poi dei propri sentimenti più torbidi ed infine della coscienza di noi stessi. E questo Nikitha Fedorovic lo sa. Lui stesso mi ha fatto osservare di aver visto così profondamente dentro di me da poter dire che tutto quello che forse c’è effettivamente per lui può essere convertito nel suo stesso contrario, da lui può essere osservato di soppiatto e plasmato, come secondo un tacito accordo d’anime. Voi non vi sentireste nudi nella neve ad una simile dichiarazione? Nikitha Fedorovic mi guarda con gli occhi densi di terrore da questa distanza di sei passi che ci separa. Ma questo è solo un attimo, un battito d’ali di una mosca, un’impressione di poco conto che diventerà un faro nella nebbia della mia memoria, lo so già. E’ un fotogramma finale di una successione lunga così tanti anni ed è talmente insignificante e minuscola che potrebbe far venir voglia di gridare che non sarebbe dovuta finire così. Invece sì. Nikitha tende il braccio, nella sua mano la pistola nera e lucente trema e non trova equilibrio. Il colpo esce dalla canna e si perde in lontananza oltre le mie spalle ferme, mentre Nikitha chiude gli occhi e serra le labbra. Vi chiederete perché, ma vorrei sentirlo piangere in questo momento, vorrei sentire uscire dalla sua bocca un grido strozzato e sofferente, vorrei immaginare nella sua gola una ragnatela di paura di cui lui è l’unico enorme ragno, l’unico sonnolento parassita. Nikitha sta diventando il piccolo pistillo di un fiore infuocato davanti ai miei occhi neri e fermi, sta diventando un bosco che arde nel pallore opalino della neve russa. E’ il mio punto di non ritorno, il mio punto di accensione estremo, il novantanove e nove per cento della mia soglia di interesse da cui non si può più tornare indietro. E’ il muscolo flessore dei miei arti composti che grazie a lui hanno imparato a celare e a rispondere con precisione. Inutilmente. Sapete signori, c’è chi sa leggere comunque i vostri gesti, per quanto calibrati e perfetti essi siano, per quanto sudore voi spendiate nel loro studio accurato. E questo proprio non lo potrete sopportare. Sarà la stessa persona a cui desidererete sempre, con insistenza e struggimento, chiedere <<Resta>>, e a cui non avrete mai la forza di chiederlo. E questo proprio non lo potrete sopportare. Ci sarà una persona ce non riuscite più a distinguere dai vostri pori, dalla vostra stessa carne tremula, dalle vostre pieghe, dalle vostre rughe e della quale non saprete mai accettare l’esistenza fisica distinta dalla vostra. E vi predico che, sì, anche questo non lo potrete sopportare. Il benessere, l’intelligenza, la saggezza, vi sembrerà tutto così trito ed inutile. E questo perché? Per pochi chili pelle morbida e mani tremanti, pochi chili di silenzio, pochi chili d’odio e amore. E io questo non lo posso proprio sopportare. Sta nascendo il mattino sul nostro orizzonte, il sole pigola al di là dei campi di patate troppo umidi, i raggi bucano le nuvole gonfie e tutto si tinge di un viola livido e tumido. Questa volta è il mio braccio ad allungarsi verso Nikitha, a distendersi fino al punto in cui meglio si possono calcolare le distanze e le angolazioni. Da qui posso meglio valutare ciò che è in mio potere e ciò che non lo è, e tutto ciò che compare nel mirino del mio occhio è un essere umano pieno di paura e terrore, che non si muove, non parla, non piange, ma semplicemente sta. Nei suoi baffi radi, nei suoi occhi mesti, nelle parole che ha detto e che non sono riuscita a sentire, in quelle che invece ho sentito e per cui ho giurato vendetta, nella sua nebbia, nel suo oppio e nei suoi gioielli, Nikitha sta. Sono spiacente se vi aspettate un colpo di scena, veramente desolata. L’avevo detto fin dall’inizio che questo sarebbe stato un delitto annunciato. Sono quindi tremendamente dispiaciuta per tutti coloro fra voi che amano la suspence, i grandi colpi di scena ed il ribaltamento degli equilibri improvvisi. Qui è già avvenuto tutto questo, ma silenziosamente e nessuno di voi se n’è potuto accorgere, signori. Il mio proiettile spicca il volo e raggiunge il petto di Nikitha che cade a terra senza un suono, senza un rumore, neanche il sordo tonfo contro la terra sfaldata giunge alle mie orecchie. E’ così che tutto quello che è iniziato col silenzio ed è vissuto nel silenzio adesso finisce nel silenzio ai piedi di quest’uomo troppo poco vivo e troppo poco saldo. Tutto giace sulla tua pelle.
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Date: giovedì, 04 gennaio 2007
Morbide contrazioni oramai, non ci resta altro. Scorrendo le strada del centro, ho avuto un’illuminazione, ho visto del vetro trasparente e al suo interno un piede in lento movimento, gocce di tenerezza che scivolano lungo i miei rivi. Riconosciuta, come una straniera per le vie del mondo, dal cappello a falde larghe e dai vestiti di lino, macchina fotografica a portata di mano. Così ti ho annusata a metri di distanza, con la mia nuca nuda e calda, in tua attesa, da tanto tempo tanto tempo. La vetrata di una palestra è un guscio d’uovo appena formato, da questa placca sporca di marciapiede che mi ricongiunge con la terra, tramite plastica e cuoio, mi sono avvicinato in silenzio, come un fedele all’altare, ad una misera, misera palestra illuminata a neon. Il sole oscilla, un’incensiera, placida, le teste dei fedeli guardano più in là, le mura, le mura di gomma e pasta abrasiva disseminate lungo il mio cammino, il nostro cammino, inconsapevole genere umano, potrebbero crollare tutte un giorno, non sapete? Ebbene: se possono, cadranno. Palazzi costruiti per cadere, mani partorite per restare sospese, bocche disegnate per tremare, vi riconoscete? Si, siete proprio voi, vacche sacre di questa giungla metropolitana, chi vi toccherebbe mai con un solo dito in questa pasta frolla di frustrazione e cemento? Frantumazioni, deflagrazioni, morbide contrazioni:ne sono più che convinto. Tanto il moto si fa caotico, tanto vi riconosco i miei lembi di pelle pendula, i miei sprazzi assorti di entropia, siamo costruiti secondo lo stesso progetto, siamo in piedi per ritornare sciabordando contro le palafitte di recinzione, al misero punto d’origine, al ripiegamento embrionale, alla demenza senile. Dei piedi camminano, delle bocche si dilatano, oceani a ben vedere, buchi neri, mani afferrano, innalzano nell’Olimpo dell’umana grazia quella che infin dei conti è l’unica peculiarità che distingua l’uomo dal rettile, l’uomo dal non-uomo, il pollice opponibile, voci sibilano, unghie grattano, denti mordono, lingue, lingue, LINGUE, leccano e la strada, la strada si fa calpestare. A ciascuno il suo posto. A ciascuno il suo caos. Un dito si estende. Una mano liscia il velluto del pulviscolo, il magma placido e assorto di questo immenso invisibile che mi terrorizza, punta qualcosa più in su, in un atto poietico, di atavica creazione, pura, nuda, incolta. Come latte. Come torpidi opali. Il delta del metacarpo sfocia , fiume dal lento scorrere, nella falange, si raccorda con la falangina attraverso quella piccola perla rugosa, così densa, e poi L’UNGHIA, in alto, verso il cielo, si staglia, MI TAGLIA, gocciola in lacrime di marmo liquido, rosa, pallide, come drappi di damasco per pareti, che si intonano all’oro, che tendono alla malinconia, al decoro, al sonno, al mare d’inverno. Il mio mare. Il mio inverno. La piccola cupola del polpastrello, con i suoi solchi concentrici, pozze d’acqua in cui si frange la pioggia, fanno riferimento all’ombelico, al fulcro, al ventre infuocato, il centro di un intero universo che si mette ad ascoltare le sue novelle silenziose, raccontate a furia di sillabe stropicciate tra le labbra, ascolta, un mondo intero ASCOLTA, accoglie l’invito silenzioso della punta del suo dito, fa sì con la testa, e si accuccia, piega la testa e si fa esso stesso dito, si fa pelle, si fa propaggine di qualcosa di cui è immemore, a cui è assente. Questo neo, questo neo d’imperiosa, prepotente, SFACCIATA vita, è vibrato, sibilato di netto, di taglio, dall’arcata maestosa del braccio sollevato sopra la testa, teso sul polso, fermo, dritto verso la meta, freccia nell’arco, col suo morbido angolo, il suo semplice angolo a delimitare quella zona segreta, quella zona nascosta e così profondamente fragile, dove la pelle è sottile, carta di riso, e le vene decorrono blu verso il polso, verso i suoi centri pulsanti, verso i MIEI centri pulsanti, i miei occhi che fissano, al di là del vetro, fissano quel perfetto arco a tutto sesto, quella perfetta armonia in scala umana, la guardano DIVENIRE, foggiare spazi e ambienti, TEMPI, diversi, secondi e unità senza nome, ripetuti ma mai uguali, di colori diversi, di qualsiasi colore io voglia, in qualsiasi poro dei suoi io mi voglia riposare, qualsiasi cosa voglia vedere, la vedo. E se le mie parole non hanno un filo conduttore, una logica, se si susseguono come i cosacchi nella neve, contro la tempesta, continui, cadenzati e stanchi, è perché è così che escono, così che si rendono potenti di tutto, potenti all'urto, nell’immobilità, sì, nell’immobilità, proprio come me. Se nella mia istantanea immobilità, fra questi volti che cadono e ridono, e ridendo continuano a cadere sempre di più nell’istante immediatamente successivo, fra queste mani che volano e lisciano, questi denti digrignati e lisciati dai detergenti, io, STO, se non scelgo di compiere nessuna azione degna di nota, se non scelgo di essere protagonista, ma solo una parte del tutto, se semplicemente io non scelgo, è perché nel mio istante, nella mia immobilità, vi sono tutti gli istanti successivi, sequenziali e non, vicini e lontani, tutte le forme, i modi, tutto può esservi letto, come no, basta che ne abbiate la voglia. Se io non mi autodetermino, se io non mi muovo, se io rimango fermo, mentre ci si aspetta che tutto si muova, che assuma risvolti inaspettati, critici, grotteschi e ridicoli, se ci aspetta l’eroe, bhe, io sono l’antieroe, se ci si aspetta la trama, io sono il caos. Sto solo cercando di farmi leggere, sto solo cercando di leggere tutto quello che posso, tutto quello che voglio dalla mia immobilità, dall’immobilità di questa ballerina sconosciuta, ma che mi parla di cose nascoste, mi parla di cose evidenti, giacchè non fa per nulla differenza, mi parla di tutto e di nulla. Mi parla d’amore e di tombe. Ma soprattutto d’amore. L’amore, con tutte le sue briciole. Mi basta a riempire gli spazi di non azione, mi basta a riempire le ore di sonno che non consumerò in tutta la vita, mi basta per vedere tutte le cose che si suppone dovrei vedere con la retina, invece le vedrò con la pelle. E, allora, sono ancora immobile? Se io attraversassi la strada di corsa, scavalcassi l'argine di questo fiume troppo grigio, troppo lento, mi buttassi a capofitto fra i flutti, se mi immergessi, morissi, strisciassi ai piedi dei passanti pregandoli di fermarsi, se bucassi il foglio di questa pagina con pugnali e marionette, se esplodessi con 100 chili di tritolo sotto i pantaloni, se seminassi disgrazie, mi vestissi da donna, coi tacchi e il rossetto, una finta lacrima sulla guancia, cosa aggiungerei di più? Forse mi seguireste nell'annegare, nel supplicare, nell'uccidere? La mia immobilità è tutto ciò che ho da offrirvi. E, guardate bene., io voglio offrivi qualcosa, voglio farvi un dono, e che sia uno VERO, giacchè ogni dono è un dono d'amore. Voglio imbandirvi la tavola, voglio mescervi il vino, fare del mio fluire, delle mie parole porte calde, un gremito convivio, voglio servire me stesso, voglio invitarvi a fondere le vostre mascelle con la mia polpa, il mio senso col vostro, farvi vivere del mio ruotare, voglio offrirvi un banchetto d'anime, non una giustapposizione, ma una penetrazione, non in contiguità, ma in continuità. Voglio darvi in pasto qualcosa di più dei miei spasmi muscolari, della flessione dei miei ginocchi e dei miei gomiti per oltrepassare la sponda del fiume, voglio darvi di più di più di più di una bella storia. Non voglio darvi una storia. Voglio che entriate, tutti interi, con le scarpe e il cappello, con le mani aperte, la bocca attaccata alla mia, la lingua protesa, i fluidi che scrosciano, nudi nella linfa, nella mia linfa, voglio che vi contorciate stando fermi nelle mie parole, voglio un obelisco e un formicaio, salire sul primo, addentrarsi nel secondo, e voi con me, e voi in me, uniti dallo stesso abbraccio di carne, mentre in realtà non ci tocchiamo mai veramente, tanto pieno, tanto forte, che si perdono le mie ciglia e le tue, si perde il mio contorno e il tuo, tanto che si perde lo stesso concetto di mio e di tuo. Voglio creare, creare la terra di nessuno, la terra di tutti e allo stesso tempo, mia, tua sua. Non voglio condividere, non voglio mostrare. Voglio solo che voi vediate, che voi sentiate, fino in fondo, così intensamente, come lo faccio io, questo promontorio in elevazione, questa porta su caverne infuocate, divampanti, queste labbra aperte, stirate nella concentrazione della danza, che toccano e stanno sulle loro, che mi richiamano all'ordine, e mi richiamano al caos, mi spremono il volo, mi impediscono di muovermi. Perchè? Perchè così intensamente io mi rivedo bambino, con le mani nelle tasche mentre tremo per il freddo e la strada è soltanto una via da percorrere, niente più, le foglie cadono copiose dagli alberi e io non guardo i colori, il vento scuote la fodera del mio cappotto consunto, e io mi immergo come una tartaruga nella corazza della sciarpa e penso a quanto desidererei, quanto, quanto quanto, desidererei poter volare, e poi, eccomi lì, ma si, sono proprio io, ancora, seduto a una cattedra, in fisso e lento annuire, i capelli che dondolano, un po' più spaurito di così, un po' più illuso,e tutto quello che vorrei fare è bere una birra alla faccia di questa vecchia strega che mi alita addosso il suo disprezzo didattico, e poi su su su, su per quella salita, pedale dopo l'altro su per quell'erta infuocata dalla canicola,ansante senza una meta, vittorioso, vincente nel non aver guadagnato nulla, speranzoso per i luoghi fantasiosi in cui mi sto dirigendo, con la contemporanea consapevolezza di non stare andando da nessuna parte, eppure, hey, quanto spazio, quanto mare, quanta terra, e poi la vedo, come se fosse parte dalla mia mano, un'ameba, emettere pseudopodi e incamminarsi lontano dal sale, risucchiare se stessa e riespandersi, nel suo lento non essere, e tocco ancora una volta, proprio quando non avevo più speranza di farlo, tocco il mio libro di scienze biologiche delle superiori, lo tocco e lo porto al naso, annuso l'odore forte e splendido, stupendo, davvero, delle pagine fresche di stampa, quell'odore d'inchiostro e carta, dolce, dolce odore di carta, che mi riempie tutto, come nulla è mai riuscito a riempirmi, neanche le parole scritte su quella carta e su quell'inchiostro, e intorno le risa, lo scherno, e poi lo sento, eccolo, il mio cuore che sta per spezzarsi al suo lento incedere, gloriosa come una dea vichinga, la vedo camminare, bionda e virginea, piede fermo, e io mi sento una misera accozzaglia di peli e frasi sconnesse, inadatte, mi sento qualcosa che gocciola, come un vaso rotto, una piuma calpestata, mi sento orrido ed impalpabile e pieno di rabbia repressa, e poi ancora, guardando questa meravigliosa opera d'arte d'architettura umana, la gamba della ballerina che rimane piegata ad angolo retto, nell'aria, contro il ginocchio vicino, teso, pilastro che regge tutti i miei ricordi, ecco, adesso vedo quel vaso rosso fuoco, quello in cui alle elementari tenevamo i fiori della maestra, le mimose, mi ricordo di averlo disegnato, mi ricordo quanto fosse liscio e perfetto e immenso, grande grande grande e cilindrico, ma forse ero solo io ad essere piccolo e senza forma stabile e poi ecco, adesso vedo ergersi le magnifiche masse svettanti di Machu Picchu, le vedo troneggiare nel verde intenso, in quel verde che assomiglia così tanto all'oblio, che assomiglia così tanto a tutto quello che non riesco a spiegare, da farmi stare male, da farmi boccheggiare come una trota, le vedo e le vorrei toccare, vorrei leccare, annusare, entrare a contatto morboso solo per un attimo con quella parte del tutto che mi resterà inconoscibile, voglio ricongiungermi con qualcosa che non mi appartiene e che mi respinge, che mi qualifica come una misera clessidra dell'età moderna, corrotta e capace solo di edificare municipi e scuole, e invece, invece, questa MERAVIGLIOSA INUTILITA' che mi toglie il respiro, vorrei bagnarla di lacrime e addentarla addentarla, insieme all'erba, finchè non mi rimanga più un solo dente nella bocca, e poi sento scorrermi lungo la schiena il brivido caldo della nostalgia, mi vedo camminare sul ponte, sono le sei di pomeriggio ed è inverno, sta facendo buio e più in là verso il parco le nuvole si stendono in rosa, si crogiolano nell'arancione, mentre cammino al tuo fianco e inizia a piovere e io ti dico “ti sta calando il trucco”, e tu mi guardi e ti pulisci la palpebra col dito, e sorridi, e ti chiedi quando arriverà il giorno che non ci vedremo più, quando ci perderemo di vista, ed ora, ora su questo marciapiede, col freddo che entra nelle ossa, e l'omino delle castagne che mi guarda di sotto in su dalla sua fragile postazione calda, proprio ora, che ti ho persa, proprio in questo esatto istante che è gravido di tutti quelli che abbiamo vissuto insieme, e di quelli che avremmo potuto vivere, ma non l'abbiamo fatto, adesso mi si rende più viva ed acuta la certezza che non sentirò mai più il tuo odore, e questo mi deruba per un attimo del mio, ma solo per un attimo, perchè nessuno se ne accorga, e poi ancora vedo fiori tropicali arancioni che si arrampicano sulle gambe scure, che si contorcono e spremono la mia retina, nel caldo, nell'umido, e le spiaggia assolate e malinconiche del Caribe, vedo le compagnie fluviali nei porticcioli, i bordelli, la calura che arde, le braccia materne delle donne equatoriali, le loro gonne larghe a fiori, le mie mani che si tendono a toccare e tutto è loro concesso, nulla si ritrae, la natura è una fruttiera generosa, e la mia bocca un lampone, mi ricordo improvvisamente di tutte le volte che ho desiderato una barba, ma non mi è cresciuta, di tutte le volte che ho desiderato emergere e sono rimasto nell'ombra, mi sono tornate in mente tutte le frustrazioni di una piccola vita inutile, le ore passate allo specchio a guardare da che parte pendesse il mio naso, quella volta che ho comprato un sassofono tenore e l'ho portato alle labbra una volta, e poi lì nell'angolo, appoggiato a prendere polvere, non ho potuto guardarlo per anni per la certezza che solo a buttarvi l'occhio avrei provato vergogna di me stesso, ora, mentre mi sembra di sentire il lento suono dello sforzo continuato, degli anni passati a mantenere la posizione, dei pomeriggi di lunghi pianti per una gamba che non si tende abbastanza, e ora che si è acquistata la perfezione non resta che reiterarla nel virtuosismo, ora proprio ora mentre la ballerina quasi si sta accorgendo di questo pazzo, che la fissa, e che resta immobile, immobile sul marciapiede, mentre una bambina passa ed emette un risolino odioso e sommesso, tipico dei bambini quando qualcosa è talmente ridicolo da non potersi trattenere, ma lo è solo per loro, bhe proprio sento le tue mani che mi passano lente sulla schiena, le tue mani nude sulla mia schiena nuda, la tua bocca nuda, sul mio collo nudo, la tua saliva calda in ogni mio incavo, i tuoi capelli che passano come uno sciame d'api sulla pelle, e tu che mi scendi e mi risali come un clivo faticoso, ed io che non so proprio più cosa dirti, ma so ancora urlare, e penso che lo farò proprio ora, ora, ora , ora, e poi un non senso, quando abbiamo rotto a calci quella porta, quando io ho sognato che da grande avrei fatto l'archeologo e poi mi sono ritrovato a detestare gli archeologi e non sono mai riuscito ad ammettere i l mio primo sogno, quando mia madre mi dice che fin da piccolo non sono mai stato un tipo tranquillo, solo che a volte mi blocco, e io non riesco a spiegarle perchè mi blocco, come sto facendo ora con voi, ora proprio ora, mi pare di ricordarmi il mio primo vagito quando l'aria è entrata per la prima volta nei miei polmoni e io ho pianto di dolore, non per bisogno, e ancora oggi penso di non aver abbandonato quel modo di piangere, a dirotto, come un fiume in piena, e ora, ora che lei mi fissa da dentro la palestra con un'evidente aria di fastidio, la bocca si è chiusa, e ha assunto un'espressione arcigna, e corrucciata, piccola regina dei miei bassi fondi e dei miei picchi celesti, adesso che sembra invitarmi ad andarmene e lasciarla da sola a proseguire i suoi esercizi, adesso che io ho esultato, gridato e pianto senza mutare espressione del mio viso davanti a tutta questa bellezza davanti a così tanta perfezione, adesso che le sole cinque dita del suo piede protese, inarcate verso il basso in una posa disumana e innaturale, contorta e raggrinzita nelle minime parti, ma fluida come un delfino che guizza fuori dall'acqua nel suo insieme, proprio adesso tutto questo insieme di emozioni, sensazioni, visioni, la commistione stessa del mio dono, la commistione stessa che ora avvinghia me a te, me a voi, questo convivio della mia vita, collassa, scivola velocemente, le nostre lingue si sciolgono dal loro abbraccio, le mani si disincrociano, mi riprendo i miei pori e vi rendo i vostri, almeno per ora, proprio adesso, mentre è in fieri tutto questo, mentre ci stiamo allontanando e congedando io mi vedo morire, coi capelli canuti e spenti su un letto celeste, con le mani grinzose e stanche accasciate lungo i fianchi scarni, o meglio, mi ricordo della mia morte, paradossale eh? Eppure nonostante nessuno me lo possa garantire, anche se magari morirò fra tre giorni schiacciato da un camion di morte violenta io ORA RICORDO LA MIA MORTE, come se l'avessi già vissuta e la ricordo con malinconia, come si ricordando i momenti particolarmente tristi di un'intera vita. E ricordo cose che ho vissuto e cose che non ho mai vissuto, ricordo volti noti e volti ignoti, miracoli e piani cartesiani, linearità e follia, tutto lo scibile e tutto l'inconoscibile, come se fossero entrambi parti di me stesso, la mia mano destra e la sinistra. Tutto questo, ma solo per un attimo, infinitesimo, quell'attimo piccolo piccolo di cui si compone il mio stare, il mio non muovermi. Ecco, io vi voglio regalare la mia possibilità, la mia infinita possibilità, e voglio che sia anche la vostra, con forme e colori diversi, voglio che nel mio esercizio ginnico di retorica, voi possiate leggere il tutto e il nulla, come io faccio con le dolci membra della sconosciuta ballerina e che questo ricordare infinitesimo e infinito possa essere letto da terzi come il VOSTRO esercizio ginnico, base ed esempio di quello che a loro volta creeranno vie esistenti e non, parole inventate e nuove. Vi voglio invitare a spremervi nei sensi. E poco importa se adesso siete fra questi passanti sogghignanti e ridanciani che mi indicano col dito e si premono il grasso ventre con le mani, poco importa se anche voi come me siete in questo eterno ciclo di asfalto e pietra serena che incornicia la palestra della meravigliosa ballerina e proprio qui mi state guardando come si guardano i poveri pazzi. Poco importa. Voglio farvi vedere. Voglio farmi vedere. Voglio vedere attraverso. E voi con me. Via, con me. Amo Piango Rido Sputo Grido.
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A ciascuno il suo coma privato
La grande verità Mettiamo subito bene in chiaro che: Se Dio esiste, ed ho i miei leciti dubbi, è stato creato da Chuck Palahniuk, il quale a sua volta (se esiste) è stato creato da Jeff Buckley, il quale a sua volta(quando è esistito) è stato creato da Thom Yorke, il quale a sua volta (nel suo esistere con un solo occhio aperto ed essere comunque scopabile) è stato creato da Roger Waters, il quale (nel suo esistere persistente) è stato interamente concepito, assemblato e in conseguenza creato da Fedor Dostoevskij, il quale ha creato se stesso a partire da uno spruzzo d'inchiostro. Amo Bah, direi vedi sopra...anche se concettualmente è onesto dire che Palahniuk prima di Dio ha dato vita anche a Milan Kundera, Gogol, I Velvet Underground in blocco (immaginate un parto plurigemellare senza cesareo....grand uomo sto Palahniuk) odio Caro amico splinder ci vai pesante eh? "Odio"mi pare decisamente un parolone, prima di odiare dovrei essere almeno in grado di riprodurmi per sporogenesi come molte specie superiori quali il fungo. ascolto Tanta rrrrroba Leggo E mo' so cazzi...facciamo che ci limitiamo al "Leggo con immenso piacere, nonchè con una stima che tange l'estasi mistica" ok? Allora: Tutto quello che ha scritto Dostoevskij, Idem Palahniuk, John Fante, Gogol, Tolstoj, Alice in Wonderland di Carroll, "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov (...MERAVIGLIA...), alcune cose di Kundera, Haruki Murakami, l'esemplare "Il colpo di pistola" di Puskin, "Cosmicomiche" di Calvino (con particolare riguardo a "Mitosi") and much more Counter
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